Salvate l'uomo Ryan
Ciò che funziona perfettamente per la trama di un film può invece non funzionare per nulla nella vita. Anzi, può portare a risultati catastrofici, soprattutto se fatto a fin di bene
Chi non l’ha visto, considera Salvate il soldato Ryan un film di guerra. In effetti, poiché racconta della missione di alcuni soldati americani dopo lo sbarco in Normandia, è difficile affermare il contrario.
Tuttavia Salvate il soldato Ryan, come spesso succede, non è solo un film di guerra. L’ambientazione è quella militare, ma le stesse cose si sarebbero potute raccontare con un western o con un film di fantascienza.
Una vicenda banale
La trama si poggia su un pretesto tutto sommato banale: all’indomani del D day, il comando americano si accorge che ben tre figli dei quattro della signora Ryan (una delle tante mamme che hanno messo al mondo figli solo per regalarli alla guerra) sono caduti in combattimento.
Per evitare il rischio dello stesso destino anche all’unico figlio sopravvissuto, viene deciso di richiamarlo e di rispedirlo a casa. Purtroppo il soldato è disperso dopo essere stato paracadutato prima dello sbarco, perciò viene formata una pattuglia con il compito di rintracciarlo e di comunicargli l’ordine di rientrare. Il succo del film è tutto qui: la ricerca compiuta dalla pattuglia per trovare il soldato Ryan, il più giovane e l’unico sopravvissuto di quattro fratelli.
Un prologo e un epilogo
In realtà, il film si apre e si chiude in un’ambientazione ben diversa: ai giorni nostri, con il soldato Ryan ormai anziano.
All’inizio del film lo vediamo recarsi, insieme alla sua famiglia, in un cimitero francese in cui riposano i caduti in battaglia. Non sappiamo ancora che è il soldato Ryan e che tutto il film si baserà sulla sua ricerca (e che, a conti fatti, lui appare nel film solo per una piccola frazione); per ora ci sembra solo un vecchio mosso da un imperativo febbrile e da un ricordo indelebile.
Come detto, quasi tutto il film si basa sulla ricerca del soldato Ryan da parte della pattuglia comandata dal capitano John Miller (interpretato da Tom Hanks). Il capitano Miller riesce a portare a termine la missione: ritrova il soldato Ryan e gli comunica l’ordine di tornare a casa.
Il prezzo però è stato altissimo: praticamente tutta la pattuglia è stata uccisa, compreso il capitano Miller. Questi, prima di morire, riesce a dire solo una cosa al soldato Ryan, una cosa che lo segnerà per tutta la vita.
Il film si chiude nuovamente ai giorni nostri, al cimitero. Il vecchio soldato James Ryan è davanti alla tomba del suo antico capitano Miller: ripercorre le tappe della sua vita e cerca di capire se ha risposto alla raccomandazione di John Miller. Per farlo, avrà però bisogno della rassicurazione della moglie.
Meritatelo!
Ciò che John Miller ha detto in punto di morte a James Ryan è stato un semplice “meritatelo!”. La possibilità per il soldato Ryan di tornare a casa è basata sulla morte non solo dei suoi tre fratelli, ma anche di tutti i componenti della pattuglia inviata alla sua ricerca.
In punto di morte, il capitano Miller ordina al soldato Ryan di meritarsi questo sacrificio.
Ora, dal punto di vista drammaturgico, questa situazione è carica di effetto. Funziona magnificamente. Dal punto di vista reale, le cose non stanno forse proprio così.
Il capitano Miller getta sulle spalle del soldato Ryan un carico che difficilmente lui potrà portare: come si fa a meritarsi la vita al prezzo della morte di così tanti uomini? Chi mai potrebbe reggere una tale responsabilità?
E, in effetti, James Ryan non sembra reggerla, almeno a giudicare ciò che egli dice davanti alla tomba di Miller:
Ogni giorno penso alle parole che lei mi ha detto quel giorno sul ponte. Ho cercato di vivere la mia vita nel migliore dei modi. Spero che sia bastato. Spero che almeno ai suoi occhi mi sia meritato quello che tutti avete fatto per me.
Sono le parole di un alienato, di una persona cioè che cede la propria vita, i propri desideri, le proprie azioni a qualcun altro, per ottenerne approvazione, amicizia e affetto.
Di ciò abbiamo una conferma subito dopo, quando chiede alla moglie:
Dimmi che ho condotto una buona vita.
Dimmi che sono un brav’uomo.
C’è un enorme bisogno di conferma in James Ryan, bisogno che nasce dall’essersi sentito scaraventare addosso la responsabilità della morte di tanti uomini. Certo, li ha uccisi lui, ma John Miller ha fatto in modo che lui se ne dovesse assumere la responsabilità.
Una pedagogia sostenibile
Con tutte le dovute proporzioni, capita però più spesso di quanto non si creda che anche noi (genitori, insegnanti ed educatori) buttiamo inconsapevolmente sulle spalle dei bambini e dei ragazzi carichi del genere.
In una vecchia strisci, Mafalda (il personaggio dei fumetti creato da Quino) chiedeva alla mamma: “Ma se non mangio la minestra non mi vuoi più bene?". E la mamma rispondeva: “No, se non mangi la minestra non te ne voglio più”. Quindi Mafalda tirava la logica conclusione: “Allora il tuo bene non vale niente. Tienitelo!”.
Nella realtà, i bambini e i ragazzi non sono così solidi da dare risposte del genere. Di solito, farebbero di tutto per compiacere le persone importanti e di riferimento, perché hanno bisogno della loro approvazione.
Vogliamo persone che fanno ciò che noi crediamo giusto o persone autonome? Per avviare i giovani sulla strada dell’autonomia l’inizio è uno solo: separare il comportamento dall’affetto. Io adulto posso non accettare il tuo comportamento, ma il mio affetto profondo e gratuito per te ci sarà sempre.


