Sociologia di uno sfigato
I film che vedono protagonista il Rag. Fantozzi Ugo hanno fatto ridere milioni di italiani, dal 1975 a oggi. Ma sono solo esempi di comicità a volte un po’ becera o c’è sotto qualcosa di più?
Ragionier Fantozzi Ugo, matricola 7229/bis, dell’ufficio Sinistri: così si presentava nel 1975 uno dei personaggi che avrebbero fatto scuola nella comicità italiana e che sarebbe rimasto l’unica vera, originale, nuova “maschera” italiana degli ultimi trent’anni.
Creato da Paolo Villaggio, Fantozzi nasce personaggio di alcuni sketch che il comico genovese crea nel 1968 per la trasmissione Quelli che la domenica. All’epoca il personaggio si chiamava “Fantocci”, per indicare il suo essere fatto di stracci. L’attore pubblica poi gli sketch domenicali sull’Europeo e da lì passa alla pubblicazione di Fantozzi, il libro che decreta il completo successo del personaggio anche a livello editoriale, con il nome leggermente modificato per dargli una parvenza più reale.
Dal successo editoriale all’idea di un film il passo è stato breve; dal 1975, anno dell’uscita nelle sale di Fantozzi, al 1999, anno dell’uscita di Fantozzi 2000 – La clonazione, si sono susseguiti in tutto nove film, ognuno con una sua storia ma con una comicità comune a tutti.
Ma si tratta davvero solo di film comici o c’è anche qualcosa di più? La comicità grezza e in certi sketch anche un po’ volgare è davvero l’unico scopo di questa serie venticinquennale?
In origine vi era un personaggio nuovo, che non ricadeva nei soliti cliché della commedia all’italiana che si stava sviluppando negli anni Settanta, già ricca di macchiette unidimensionali (il Pierino di Alvaro Vitali, per esempio) e di gag note. Fantozzi era un personaggio diverso, con un’impronta che nella commedia all’italiana fino ad allora non si era ancora vista: la tragicità.
Fantozzi non è un personaggio comico. O meglio, è un personaggio talmente tragico e patetico da risultare comico, e con lui tutti i comprimari che hanno reso famosa questa serie, dalla Pina alla signorina Silvani, dal geometra/ragioniere Filini al geometra Calboni, passando per i personaggi dei potenti, che sono sempre indicati con nomi roboanti: Duca Conte Semenzara, Contessa Serbelloni Mazzanti Vien dal Mare o Megadirettore Galattico.
Nei film di Fantozzi vengono presentati in maniera esasperata tutti i difetti della classe impiegatizia ma anche i difetti della classe dirigente; inoltre, un’ignoranza feroce regna sovrana su tutti (“Se ne vadi!” tuona il Direttore Siderale e “Me lo dii…” pigola il dimesso impiegato), in una sorta di uguaglianza fittizia livellata verso la bassezza.
Fantozzi e l’ufficio
La signorina Silvani, il ragionier Filini, il geometra Calboni e i megadirettori: sono i coprotagonisti dell’esistenza fantozziana, allo stesso tempo vittime e carnefici. Tutti abitanti di quell’entità terribile chiamata “ufficio”.
Non è facile lavorare in una megaditta dal nome quasi impronunciabile, la terribile “Italpetrolcemetermotessilfarmometalchimica”; il nome racconta la globalità dei difetti e delle accuse che Fantozzi avrebbe raccontato: non solo un’anonima “Petrolchimica X” o “ItalTessil”, ma un’industria immensa, capace di evocare tutte le industrie e le aziende d’Italia.
Incontriamo per la prima volta Fantozzi mentre viene ripescato dai bagni murati diciotto giorni prima, dopo una segnalazione della moglie “che non vede il marito da diciotto giorni e comincia a stare rispettosamente in pensiero”. Cominciamo a comprendere subito la sua situazione, quando lo vediamo rientrare nel suo ufficio dopo un’assenza così prolungata e viene accolto nella più totale indifferenza. È lui ad avvicinarsi alla mitica signorina Silvani, balbettando: “Ha vis… ha visto che son tornato?” e lei che continua a rifarsi il trucco degnandolo giusto di un’occhiata e rispondendo: “Eh, ho visto, sì…” come se lui fosse appena rientrato da un’assenza di dieci minuti dopo aver preso un caffè. La reazione degli altri colleghi non è diversa: l’indifferenza regna sovrana e nessuno si era accorto della sua mancanza; anche il buffetto che Calboni gli elargisce (che sembra sottintendere che no, almeno uno si era accorto della sua assenza) sottolinea in realtà come Calboni lo ritenga solo in grado di imboscarsi per qualche tempo. Semplicemente, essendo un impiegato come tanti, la sua assenza non crea problemi, non viene notata; come se Fantozzi semplicemente non esistesse, se non nei momenti in cui può tornare utile per qualche cosa: come quando, subito dopo averlo bellamente ignorato dopo la sua ricomparsa, la signorina Silvani gli si avvicina tutta garrula chiedendo se, visto che lui “ha già tante pratiche, può fare anche le mie?”. Il fatto è che lei ha da fare, con Calboni…
I personaggi ricorrenti della saga sono indispensabili per capire quale sia il mondo in cui Fantozzi si muove e quale sia l’ambiente nel quale passa la maggior parte del tempo.
Cominciamo con il ragioniere (ma in alcuni film viene chiamato geometra) Filini: è probabilmente l’unico amico di Fantozzi o, se si preferisce, Fantozzi è la vittima preferita di Filini nell’organizzazione di svaghi, collettivi o “di coppia”. Non è raro vedere Fantozzi e Filini insieme in una nuova, tragica avventura, come l’andare a caccia insieme, o l’andare in campeggio. Filini è una sorta di alter ego di Ugo, ma a differenza di questi può permettersi di essere ottimista: non è vessato o invisibile come l’altro, passa da un potente all’altro senza problemi e riesce a farsi scivolare addosso le bufere nelle quali capita, a volte passando anche su Fantozzi stesso; ne è un esempio la gag in cui il nuovo Direttore, il visconte Cobram, interroga Ugo in materia di ciclismo: Filini è pronto a fare comunella con gli altri impiegati nel ridere delle risposte da arrampicata sui vetri dell’amico, salvo poi, però, restare in coppia con lui. È in fondo un buono, come Ugo, ma con la capacità di restare sempre in sella, in ogni caso della vita.
La signorina Silvani è il personaggio per il quale Fantozzi ha sempre avuto un debole. Fa del credersi bellissima e attraente il suo punto di forza, con il quale cerca di raggiungere i suoi obiettivi; in realtà non è che una bruttina un po’ banale e di lei si accorgono solo Fantozzi e Calboni, lo sciupafemmine di turno. Ovviamente, non essendo una bellezza convenzionale (per così dire), deve appoggiarsi a Fantozzi e sfruttarlo biecamente per ottenere ciò che vuole. Dopo i primi film della saga, vediamo il vero decadimento della Silvani: è invecchiata, millanta amanti, soldi, una bella vita, ma in realtà è sola e probabilmente senza via d’uscita da una vita nella quale non si riconosce più e nella quale non ha più un’identità: prima era “la” signorina Silvani, la mitica Miss Quarto Piano, mentre ora è solo la classica zitella befana che nessuno vuole.

Io, tu e una scrivania
Fantozzi e la signorina Silvani: l’amore proibito di Ugo, che riuscirà ad avere solo per disperazione (di lei), senza ottenere alcuna soddisfazione.
In questa situazione, Fantozzi diventa per lei un’ancora di salvezza, un uomo che la fa sentire nuovamente desiderata e che per quanto povero si svena per regalarle ciò che vuole. È tuttavia pronta a lasciarlo a sé stesso non appena l’occasione si presenta: in Fantozzi va in pensione, dopo aver confessato lo squallore della sua vita e aver usato Fantozzi come ancora di salvezza, torna a lavorare per la Megaditta, ritrova il suo ruolo e la sua identità e ricomincia a trattare Ugo come aveva sempre fatto, dimentica di tutto quanto successo.
Il geometra Calboni è invece il simbolo dell’arrivista: è il prototipo dell’impiegato che cerca di fare carriera con ogni mezzo possibile, leale o sleale, che guarda tutti dall’alto in basso come se fosse un potente. Forse è per questo che la signorina Silvani dapprima cederà alla sua corte (in Fantozzi) e in seguito (nel Secondo tragico Fantozzi) lo sposerà, anche se poi non verrà più fatto cenno nei successivi film a questo matrimonio o a una sua possibile fine. In realtà, il potere di Calboni funziona solo con i colleghi che lo lasciano fare, per paura o per soggezione.

I colleghi
Calboni e il ragionier Filini: a parte la Silvani, sono i colleghi di Fantozzi più presenti nella serie. Soprattutto Filini è stato spesso coprotagonista, nel doppio ruolo di compagno di sventure e di carnefice di Fantozzi.
Anche quello di Calboni è infatti un mondo di bugie e di castelli in aria: si definisce “amico di tutti” a Cortina, presenta alla Silvani come “la sua migliore amica” una nobile conosciuta l’istante prima, è servile con tutti i potenti per ricavarne quanto più possibile in termini di prestigio agli occhi dei colleghi, perché lo vedano come uno che sta raggiungendo la vetta; ma i potenti che lui millanta conoscere sanno a malapena chi sia. È, in un certo senso, la nemesi di Fantozzi, perché riesce dove Fantozzi non riuscirà mai: riuscirà a conquistare la Silvani (anche Ugo riuscirà a tanto, ma solo per essere scaricato senza sensi di colpa quando le cose non andranno più come la Silvani vuole); riuscirà a fare carriera; riuscirà ad essere considerato un grand’uomo anche se non lo è; riuscirà ad essere, in poche parole, un vincente almeno all’apparenza.
I personaggi potenti del film, Megadirettori Galattici o Megadirettori Siderali, sono tutti indicati mediante titoli particolarmente crudeli: “Lup. Mann.” o “Gran Ladron. Figl. Di Putt.”. Tali titoli sono sapientemente usati per condannare una classe dirigente che vive di bassezze e di pugnalate alla schiena, sia nei confronti dei propri sottoposti (gli “inferiori”) sia nei confronti dei propri pari grado. Questi personaggi sono sempre pronti a dare il peggio di sé, a usare ricatti, bustarelle e tangenti per acquisire sempre più potere, per poter ostentare ricchezza e successo; essi cercano una conferma del loro valore nel servilismo dei sottoposti e nelle possibilità di infliggere impunemente loro le umiliazioni peggiori. È la rappresentazione nemmeno troppo velata di un malcostume già visibile negli anni Settanta: l’importante era disporre dei simboli del potere, non agire per il bene della società. Questi simboli del potere sono rappresentati nella saga dalle mitiche piante di ficus, dalle cartelle di pelle di cobra, dalle segretarie in minigonna fino alle poltrone in pelle umana, alle segretarie in topless, ai portaborse e alla macchina aziendale con autista gay.
Riportiamo qui in ordine cronologico tutti i film di Fantozzi, insieme con l’anno di uscita e il nome del regista.
Facendo clic sulla copertina del DVD potete acquistare il film presso il negozio virtuale della rivista e contribuire così al suo sostentamento.
| • Fantozzi. 1975, regia di Luciano Salce | |
| • Il secondo tragico Fantozzi. 1976, regia di Luciano Salce | |
• Fantozzi contro tutti. 1980, regia di Neri Parenti e Paolo Villaggio (è l’unico film che porti anche la firma dell’attore alla regia) |
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| • Fantozzi subisce ancora. 1983, regia di Neri Parenti | |
| • Fantozzi va in pensione. 1988, regia di Neri Parenti | |
| • Fantozzi alla riscossa. 1990, regia di Neri Parenti | |
| • Fantozzi in paradiso. 1993, regia di Neri Parenti | |
| • Fantozzi. Il ritorno. 1996, regia di Neri Parenti | |
| • Fantozzi 2000. La clonazione. 1999, regia di Domenico Saverni | |
Nella saga è anche presente un film fuori serie, che racconta la storia del mondo e di Ugo in un modo tutto fantozziano: SuperFantozzi. 1986, regia di Neri Parenti |
Per capire il sistema di valori morali ritratto nei film della saga, possiamo pensare a quando, in Fantozzi alla riscossa, vediamo Ugo che per un equivoco scippa il megadirettore Galattico in persona; anziché essere punito, viene ritenuto sufficientemente bastardo per entrare nel gotha dei potenti. Percorre così tutta la scalata al potere, ma lo vediamo sempre seduto in un ufficio che firma le carte che la segretaria (o le segretarie, successivamente) gli porge senza nemmeno leggerle; anche lui come tutti i potenti è interessato solo al fatto che i simboli del suo effimero potere siano ben visibili, rispettati e riconosciuti da tutti.

Dove volano le aquile (e i condor)
Il ferocissimo Conte Catellami: il baciamano reverenziale dell’impiegato è un segno tipico dell’ottica servilistica della classe subordinata. Non era importante come si facesse carriera: l’importante era farla.
I termini che i grandi usano nei confronti di Fantozzi e dei suoi pari sono sempre negativi, pur se proferiti con un sorriso: pensiamo a quando, in Fantozzi contro tutti, Ugo e Filini sono invitati dal Direttore Magistrale Duca Conte Piermatteo Barambani a passare un week end sulla sua “barchètta” (l’accento usato da Camillo Milli nell’interpretazione di questo ruolo è spiccatamente milanese nonostante l’ambientazione romana, in una parodia del “cumenda” con la fabbrichètta tipico di quegli anni). Il Direttore li accoglie sorridendo cordiale e se togliessimo l’audio sembrerebbe solo una chiacchierata fra un bonario capufficio e due impiegati, probabilmente lodati per qualcosa. Riattivando l’audio scopriamo invece che, dietro ai sorrisi, il capufficio li definisce “inferiori” o “pezzenti”, come se invece di denigrarli li stesse apprezzando. E forse li apprezza davvero, proprio perché non li sente un pericolo per sé né per il suo potere, ma li ritiene solo bassa manovalanza da sfruttare biecamente per il week end, nel quale Filini e Fantozzi saranno sostanzialmente i mozzi di bordo.
In alcuni casi la repulsione verso Fantozzi è data dal fastidio di riconoscervi le proprie paure e le proprie debolezze, soprattutto da parte di alcuni adulti. Anziché esorcizzare i fantasmi, i film di Fantozzi sembrano renderli reali.
È però più frequente che i ragazzi più giovani non amino del tutto i vecchi episodi, preferendo i film più nuovi, proprio perché non riescono a cogliere la sfumatura o il suggerimento a un fatto o a una tendenza tipica degli anni del film: erano troppo piccoli all’epoca o addirittura non erano nemmeno nati e non hanno pertanto esperienza diretta di ciò che succedeva in quegli anni; per loro è perciò difficile godersi appieno il film, senza fermarsi alla superficialità della battuta becera, del tormentone (“Com’è umano lei…”) o della situazione comica.
Abbiamo voluto effettuare un sondaggio in diversi forum in Rete: moltissimi appassionati di cinema e della saga hanno ammesso di amare visceralmente i primi film (ritenuti in certi casi capolavori di critica della società dell’epoca), ma di amare pochissimo (o addirittura detestare) i successivi, generalmente da Fantozzi va in pensione poi; questi film sono infatti ritenuti una semplice operazione commerciale senz’anima, fatta solo perché “si deve sfruttare il personaggio fino alla fine”. Considerando che in Fantozzi 2000 – La clonazione si è arrivati a resuscitare Ugo dopo la morte attraverso la clonazione e ci si è ritrovati in un film stanco che ritrova solo in certi punti lo smalto dei veri Fantozzi, forse non hanno tutti i torti.
L’unico il cui nome viene però sistematicamente storpiato è proprio Fantozzi: i megadirettori, i capuffici, i grandi di qualunque situazione non lo chiameranno mai semplicemente Fantozzi. Il suo nome è continuamente variato in Fantocci, Bambocci, Pupazzi, nonostante i deboli tentativi di correzione di Ugo, palesemente e continuamente ignorati dai potenti. Probabilmente una delle cose più umilianti che possano succedere ad una persona è il perdere il diritto al proprio nome e alla propria identità; ciò, se ci facciamo caso, capita anche a Mariangela con Filini: mai il ragioniere riesce a chiedere a Fantozzi come stia la figlia, ma chiede sempre: “La bertuccia… Albertuccia… Albertina… la bambina?” e Fantozzi ha il compito di specificare: “Mia figlia… Mariangela…”. In questo caso, però, essendo i due pari grado, Filini mostrerà di capire l’errore, salvo poi dimenticarsene sistematicamente.
Fantozzi e famiglia: Ugo, la Pina, Mariangela e gli altri
La vita di Ugo, però, non si limita all’ambiente di lavoro. Ha una famiglia, alla quale torna tutti i giorni e nella quale si trasforma da uomo dimesso e finanche servile e umile, a comandante.
Per comprendere l’identità del ragionier Ugo Fantozzi sono indispensabili la Pina (moglie dimessa e senza speranza), Mariangela (orrenda figlia che partorirà in Fantozzi subisce ancora l’ancora più orrenda Uga o Ughina, come la chiama amorevolmente la Pina e che però apparirà solo da Fantozzi va in pensione in poi) e Piero/Bongo, il marito scimmione di Mariangela.
La Pina appare fin dalle prime immagini del primo Fantozzi, interpretata per i primi due film e per Superfantozzi da Liù Bosisio. La Bosisio lascerà il ruolo per non restare intrappolata nel personaggio per tutto il resto della carriera, perciò nei film successivi il ruolo sarà interpretato da Milena Vukotic. La Pina è sempre la moglie casalinga sottomessa e dimessa, incapace di colpi di testa (salvo quando si innamorerà di Cecco, il tamarrissimo nipote del panettiere, interpretato da Diego Abatantuono in Fantozzi contro tutti, ma non tradirà comunque mai Ugo) contrapposta alla frizzante signorina Silvani, la single buttata nella carriera e nel lavoro.
Le due Pine della Bosisio e della Vukotic sono diverse principalmente in un tratto: se la Pina prima maniera, quella di Liù, è sempre supina e pronta ad accettare la volontà di Ugo, quella della Vukotic è in grado anche di tenergli testa, in molte occasioni. Un esempio grandioso è in Fantozzi in Paradiso, quando lo butterà fuori di casa per potergli regalare un’ultima settimana da sogno con la Silvani, prima di morire.
Abbiamo scelto alcune scene cult tratte dalla lunga saga di Fantozzi. Fateci sapere qual è quella che secondo voi rappresenta meglio lo spirito del personaggio.
| Da Fantozzi. La tragica cena con la Silvani al ristorante giapponese, con tanto di arrosto di pechinese… Il nostro ragioniere vuol fare l’uomo di mondo, ma riesce solo a raccattare figuracce. |
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| Dal Secondo tragico Fantozzi. “La corazzata Kotiomkin… È una cagata pazzesca!” Questa frase di Fantozzi (anzi, della nostra merdaccia, per dirla con le parole del critico cinematografico) dà il via alla rivoluzione aziendale. Ma il ragioniere e i colleghi saranno condannati a ricreare il film distrutto. |
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| Da Fantozzi contro tutti. Lo strumento del potere: il telecomando! Incredibile, ma un tempo per cambiare canale occorreva alzarsi dal divano. Con il telecomando e la disponibilità di canali sono arrivati anche gli spettacolini erotici e Ugo non ne è immune, al punto che grida alla Pina: “Ma io ti apro in due come una mela!” Ma non finisce in gloria… |
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| Da Fantozzi subisce ancora. Lo sfruttamento al quale si sottopone Fantozzi per coprire i colleghi assenteisti è quasi ammirevole per la dedizione. Ma lui, si sa, lo fa solo per la signorina Silvani… Ancora oggi ci sono però impiegati che timbrano in ufficio e poi vanno per i fatti loro: avranno imparato dai colleghi del ragioniere? |
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| Da Fantozzi va in pensione. Il momento in cui finalmente un lavoratore può tirare il fiato è per Fantozzi un’altra occasione per rendersi conto dell’orrenda figlia Mariangela e della disumana nipotina Uga. Di tutte le gag fantozziane, questa è forse la più crudele, perché si poggia sul razzismo che è in tutti noi. |
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| Da Fantozzi alla riscossa. Celeberrima scena di Fantozzi dallo psicologo della mutua: “Ma allora… per il mio complesso di inferiorità?” “Lei non ha nessun complesso di inferiorità. Lei è inferiore!” Il problema è che il dubbio che non sia una battuta ci rimane dentro… |
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| Da Fantozzi: il ritorno. La sfiga non finisce mai, per Ugo: rimane fuori dai cancelli del Paradiso, perché “i primi saranno gli ultimi e gli ultimi i primi… Fa tutto parte del nostro programma elettorale.” Una volta che era arrivato primo! |
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| Da Fantozzi 2000 – La clonazione. Come nei migliori film, assistiamo alla rinascita di Ugo. Da una cozza… Se prima provavamo strazio e pietà per l’infame vita del ragionier Fantozzi, ora ne proviamo il doppio per ciò che gli succede dopo la sua morte. |
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Per questa rassegna di scene cult ci siamo limitati a una scena per film. Ciò non ci ha purtroppo permesso di inserire scene che, tratte soprattutto dai primi due film, sono diventati patrimonio dell’immaginifico italiano.
- La scena in cui Fantozzi si appresta a guardare in televisione la partita dell’Italia, con frittatona di cipolle e rutto libero.
- La scena in cui Fantozzi viene sfidato a biliardo dal suo superiore, che per tutta la partita lo umilia continuando a chiamarlo coglionazzo. “Al diciottesimo coglionazzo, gli occhi di Fantozzi incontrarono quelli della signora Pina”, così Fantozzi smette di fare il perdente e dà sfogo alla sua abilità con la stecca. Surclassa il superiore e poi, resosi conto del reato di lesa maestà che aveva commesso, ne rapisce la madre per usarla come ostaggio.
- La scena in cui Fantozzi porta fuori la signorina Silvani e hanno un diverbio tra automobilisti con tre nerboruti energumeni. Ci pensa la Silvani a dire ciò che deve essere detto: “Siete tre stronzi!” (con allitterazione deliziosa). Così il povero Fantozzi si prende una doppia sacrosanta ripassata: la prima perché quei tre sono troppo più forti di lui e la seconda perché ha fatto il vigliacco con la signora che stava accompagnando, cercando di discolparsi senza pudore perché l’insulto l’aveva proferito lei e non lui.
- La scena in cui con Filini tenta di montare la tenda da campeggio, con il risultato di prendersi una doppia martellata sul pollicione e farsi chilometri di corsa: l’importante era allontanarsi perché il grido di dolore non disturbasse gli altri campeggiatori.
- La scena in cui scappa dalla festa dei ricchi. Fantozzi è alla guida di un'auto sportiva rubata al legittimo proprietario e, nella notte, segnala all’auto che lo segue di sorpassarli. Ma quelli non erano i fari di un’auto: erano gli occhi di Ivan il Terribile XXIII, lo spaventoso cane da guardia che lo ha inseguito dalla villa dei potenti.
- E infine, come non citare la scena ripetutissima che ha creato un vero e proprio modo di dire? Stiamo ovviamente parlando della nuvola degli impiegati, la versione italiana della legge di Murphy. Tutti noi impiegati sappiamo ormai che lassù c’è qualcuno che fedelmente ci accompagna…
Capita spessissimo che Ugo si comporti da tiranno in famiglia, in quanto “uomo che porta a casa lo stipendio”: è lui che decide che cosa fare o che cosa guardare alla televisione; con l’avvento del telecomando, decide anzi che cosa non guardare, dal momento che per lui era fondamentale poter fare zapping forsennato; Mariangela, essendo bambina, non ha diritto di parola in merito, mentre la moglie accetta qualunque decisione del marito senza fiatare. È una sorta di rivalsa nei confronti di quel potere che al lavoro non avrà mai: esercitarne uno, per quanto piccolo, in famiglia, lo rende in un certo senso felice.
Ugo ritiene la moglie un mostro e non si fa scrupoli nel tentare di tradirla, parodiando così la moda degli anni Ottanta che voleva che un vero uomo avesse anche l’amante, perché potesse dire di avere tutto; però poi torna sempre da lei con la coda tra le gambe, sempre puntualmente perdonato, come ci si aspetta da una brava moglie. È tuttavia capace di slanci veri nei confronti della signora Pina: quando la donna confessa di essere innamorata di un altro, lui è prima di tutto ferito nell’orgoglio di marito tradito; per Fantozzi, l’importante era sempre salvare le apparenze e la sua paranoia in quel caso gli faceva leggere significati maliziosi in frasi di per sé innocenti, come quando in ufficio Calboni gli chiede “Me lo offri un cornetto?” e Fantozzi ha uno scatto di rabbia e ulula “Mangiatevi le vostre, di corna!”. In un secondo momento cerca comunque di capire e di parlare con Cecco. La Pina lo segue e ascolta la conversazione nella quale Cecco esprime tutto il suo disgusto nei confronti di lei: “Ah, ma tu sei Fantozzo, quello che ci ha la collezione di mostri… quello che ci ha il mostro grande e il mostro un pochetto più piccolo…”. Quando Ugo rientra racconta però alla moglie che Cecco è pazzo d’amore per lei, che la sua foto è piaciuta molto anche ai suoi colleghi, che però lui è pronto a farsi da parte per non distruggere una famiglia, ma deve essere una scelta di lei, di Pina. Che sorride, gli chiede di aiutarla a rimettere insieme i letti e poi gli dice quella che sarà la frase ricorrente in molti altri film della saga: “Ugo… io ti stimo moltissimo.”, che è il massimo che Ugo si possa aspettare. È un altro degli aspetti tragici di quest’uomo, il fatto che nessuno, nemmeno la moglie, lo ami: tutt’al più, lo stima.

Dall’album delle foto
Foto di famiglia: la Pina di Liù Bosisio (sostituita in seguito da Milena Vukotic), Ugo e la bruttissima figlia Mariangela (interpretata da Plinio Fernando). Qui siamo al Capodanno della Megaditta organizzato dal ragionier Filini.
Mariangela è un altro dei grandi fallimenti di Fantozzi: anche la moglie lo è, in un certo senso, perché non è bella e desiderabile come la si vorrebbe: è una donna trascurata, in certi momenti davvero brutta; per giunta, la figlia che gli ha dato è brutta e indesiderabile più della madre. Mariangela è amata, ricambiata, dalla madre Pina ma molto meno dal padre Ugo: egli la scambia sempre con scimmie di varia natura e specie e fa fatica a definirla “bambina”, chiamandola egli stesso più volte “babbuina” (cosa che farà anche nei confronti della nipotina Uga). Nonostante ciò, Ugo è pronto a difendere la dignità di Mariangela; esemplare, a questo proposito, l’episodio che vede la piccola schernita dai grandi capi della Megaditta: invece di ascoltare la poesia di Natale che la bambina ha preparato e poi darle il panettone di ordinanza, la appendono su un appendiabiti e la chiamano “Cita”; dopo l’intervento, per una volta dignitoso e signorile del papà Ugo, una triste Mariangela chiede: “Perché mi chiamavano Cita? Chi è Cita?” lui risponde: “È… Cita Hayworth. Una grande attrice americana. Bellissima. Ma lo sai cosa ti dico? Tu sei molto, molto più bella di lei… Forse!”. Un altro episodio dimostra la capacità di vivere dignitosamente: quando il capufficio della ragazza (per una scommessa) la mette incinta, Fantozzi e la moglie vanno a parlare con lui, ma poi decidono che Mariangela sarebbe più felice con loro come ragazza madre che non con un uomo che palesemente la disprezza e che non è adatto a lei.
Ugo si ritroverà ancora con una sequenza di fallimenti in famiglia, che sente ferocemente come suoi anche se in realtà non ne ha alcuna colpa: l’orribile nipotina Uga e lo scimmione/genero Piero/Bongo (in Fantozzi va in pensione viene chiamato Piero, nei successivi film diventa Bongo), l’unico che abbia avuto il coraggio di sposare Mariangela e adottarne la figlia Uga. Viene tradito anche da loro: in Fantozzi in Paradiso viene praticamente buttato fuori di casa dalla famiglia della figlia, che si impossessa dell’appartamento dei genitori senza sensi di colpa, anzi giustificandosi dicendo che “Noi siamo all’alba della vita, voi siete ormai alla frutta…”: una perfetta summa di ingratitudine che Fantozzi deve subire persino dalla propria figlia.
Fantozzi e la politica: di destra, di sinistra o X?
Dal 1975 ad oggi sono cambiati non meno di venti governi e si sono susseguite dieci legislature. Nei primi film non si può non notare una critica feroce al sistema politico degli anni Settanta e alla struttura manageriale spudoratamente di destra.
Negli anni in cui era di moda anche per i possidenti essere di sinistra (moda che poi è sfociata nel radical-chic), anche Ugo, sobillato dal collega rosso Folagra, comincia a studiare i “sacri testi” comunisti e si converte da impiegato tendenzialmente liberale ad attivista comunista. Ha addirittura il coraggio di sfidare il Megadirettore in persona, che tuttavia è in grado di rigirare la situazione a piacimento per turlupinare Fantozzi: in fondo non aspettava altro che una gratificazione dall’alto.
La scena meriterebbe di entrare tra le classiche del cinema: un uomo ricchissimo riceve Ugo in una stanzetta angusta e spartana, monacale; dice di essere d’accordo con lui neocomunista e con Folagra, il collega “rosso”. Ugo osa una timida domanda: “Ma… mi scusi, Maestà… Lei non sarà mica… scusi il termine… comunista?” e a questo punto sembra che l’universo si ribelli: si ode un rombo di tuono; ma il Megadirettore risponde pacatamente: “No… proprio comunista no… diciamo che sono un medio progressista…”. È un modo carino per non dire nulla, fino a quando svela il suo piano: mettersi intorno a un tavolo e discutere finché non si è tutti d’accordo, ci volessero mille anni. Perché lui può aspettare. Fantozzi, più che dalle idee, viene conquistato dall’aura di maestà che il Megadirettore irradia e torna ad essere il servile impiegato dimesso, che nuota nell’acquario dei dipendenti.

Coscienza di classe
Fantozzi e la politica: con capelli a mezzo collo e sciarpa rossa al collo, cerca di ribellarsi al potere del capitalismo rappresentato dal Megadirettore Galattico, del quale subirà il “perdono” e al quale si sottometterà nuovamente, supplicando di poter far parte dell’acquario dei dipendenti sorteggiati, favore che viene naturalmente concesso con magnanima bontà.
In seguito, la visione politica della serie cambia molto. Già solo nell’episodio “E arrivarono le elezioni…”, nel film Fantozzi subisce ancora, la visione sulla politica è diventata amara e disillusa: Ugo segue tutti i telegiornali, compra tutti i quotidiani, ascolta la radio e le tribune politiche fino alle allucinazioni, nelle quali svela ciò che ha capito: semplicemente, qualsiasi corrente e qualsiasi politico cerca solo il voto per il proprio tornaconto, esattamente quello che fanno i grandi e i potenti in tutta la saga.
La disillusione non svanisce nemmeno nei successivi film della serie, nemmeno nell’episodio in cui Ugo è incriminato insieme a uno dei Megadirettori della Megaditta per una questione di tangenti e bustarelle (chiaro riferimento al terremoto politico di Mani Pulite): il personaggio di Fantozzi non avrebbe mai potuto vincere contro un Megadirettore, è vero, ma il vederlo in pellicola e il rendersi conto che ciò che mostra Villaggio nella serie è anche quello che temono la grande maggioranza degli italiani, che la giustizia sia uguale per tutti ma che per alcuni sia più uguale che per altri, rende il finale di quell’episodio ancora più amaro e tragico.
Si ritorna a una vena di ironia con Fantozzi in Paradiso e con Fantozzi 2000 – La clonazione, film nei quali la satira politica si sfoga su destra e sinistra attraverso le caricature di Berlusconi e di D’Alema. Non vi sono però significati amari, quasi fosse solo un prendere atto dello stato pessimo nel quale si trova la politica italiana: nemmeno dopo un terremoto come quello degli anni Novanta è riuscita a rinnovarsi e a cambiare la propria struttura.
Anche l’indistruttibile Fantozzi si rassegna: è la conclusione tragicamente amara, sia per il personaggio di una longeva serie cinematografica sia per l’italiano medio che ride, s’arrabbia e s’intristisce davanti a esso.
Fantozzi vincerà mai?
Ugo fa tutto quello che deve fare un uomo del suo tempo: va in settimana bianca (con tragici risultati), compra (a rate) la macchina, ha un appartamento a equo canone a Roma: in teoria ha tutto quello che potrebbe desiderare per essere felice, ma lo stesso non riesce ad esserlo. Questo ha fatto in modo che molti italiani si riconoscessero (e continunino a riconoscersi) in lui, sentendosi un po’ meno soli nella loro incapacità di trovare la felicità nelle cose.

I personaggi della serie
Il gruppo dei colleghi di Fantozzi, in partenza per Ortisei. I personaggi ricorrenti sono una caratteristica della saga: qui vi presentiamo i principali.
Non vincerà mai, Ugo, semplicemente perché cerca di raggiungere gli obbiettivi che crede di volere (fama, successo e potere) con gli stessi strumenti che usano i suoi capi, ma senza saperli usare: cerca di usare il ricatto, ma non è in grado di gestirlo, cerca le raccomandazioni, ma nessuno vuole o può aiutarlo nel modo corretto. Le rare volte che si ribella (“La corazzata Kotiomkin… è una cagata pazzesca!” come proclama nel Secondo, tragico Fantozzi, frase entrata poi nel linguaggio comune, o quando scrive in cielo “Il Megadirettore è uno stronzo!” in un impeto di rabbia) viene riportato immediatamente all’ordine dai Megadirettori o dall’autorità costituita: impensabile, per lui, mantenere la vittoria. Alla fine, rimane lo stesso Ugo di sempre, indistruttibile nella sua tragicità, indistruttibile nel suo essere un eterno perdente.
Ma in fondo qualcosa di positivo c’è: gli basta il mercoledì di Coppa o la partita alla domenica, il birrone gelato, il frittatone di cipolle o gli spaghetti aglio, olio e peperoncino cucinati dalla moglie e il rutto libero di fronte alla TV perché la vita sia bella e lui sia, anche solo per novanta minuti, finalmente felice. Con la sua signora Pina.











