L'autore

Sirio

Sirio Legramanti è nato nel 1984, si è laureato in Cinema con una tesi su Il Padrino e ha poi frequentato un master in Scrittura e Produzione per la Fiction e il Cinema.
Lavora alla Redazione Cinema di Rete 4.


Questo articolo
è per


Scheda del film

A History of Violence (idem)
USA/Germania,
2005

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Oltre

A History of Violence

Esistono film violenti perché è violenta la società, o la società è così violenta perché esistono film violenti? E perché andiamo a vedere film che ci fanno star male?

L’Italia, si sa, è la patria del doppiaggio e della rititolazione dei film. Pensare di distribuire in sala un film in lingua originale (ovviamente corredato di sottotitoli) è dalla maggioranza dei titolari di sale cinematografiche ritenuto una forma di suicidio commerciale. Di conseguenza anche i titoli vengono di norma adattati. Non a caso ho scritto “adattati” e non “tradotti”: raramente il titolo italiano è la traduzione letterale di quello originale.

A volte poi, nello sforzo di trovare un titolo accattivante e vendibile, il distributore si avventura in titoli che rischiano di generare aspettative poco coerenti con l’effettivo contenuto del film. È famoso il caso di Se mi lasci ti cancello, che dal titolo italiano potrebbe sembrare una frivola commedia americana; la realtà è invece ben diversa: il titolo originale (Eternal sunshine of the spotless mind) è infatti tratto da un poema di Alexander Pope (Eloise to Abelard, 1717) e per l’altezza del riferimento si addice meglio a un film raffinato e complesso come questo; incidentalmente, ricordo che nel 2004 ha vinto il premio Oscar per la migliore sceneggiatura.

Forse anche grazie ad infelici esempi di adattamento come quello appena citato, è sempre meno raro che il distributore italiano scelga di proporre un film con il suo titolo originale. Ovviamente, uno dei requisiti è che il titolo originale sia comprensibile anche a chi abbia una semplice infarinatura della lingua straniera in questione.

È appunto il caso di A History of Violence, le cui parole chiave History (storia) e Violence (violenza) sono piuttosto comprensibili.

Paghi di questa comprensione di massima saremmo tentati di passare oltre e goderci il film: a quanto lascia intendere il titolo, si tratterà di una storia e ci sarà della violenza. Per gli appassionati del genere può senz’altro bastare e bisogna ammettere che in questo caso il titolo è molto onesto: la violenza non manca (anzi, abbonda) e chi la cerca non rimarrà di certo deluso.

Se però qualche amico o parente del tutto digiuno di inglese ci chiedesse la cortesia di tradurre il titolo, potrebbe nascere in noi un leggero imbarazzo. In prima battuta, infatti, ci verrebbe da tradurlo letteralmente come Una storia di violenza. Tuttavia il semplice racconto viene di solito indicato con story, mentre history indica solitamente la Storia come disciplina di studio e di ricerca. Dunque potremmo forse tradurre il titolo come Una storia DELLA violenza.

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Ehi, dimmi: quando sogni, sei ancora Joey?
History of Violence è – tra l’altro – la storia di una trasformazione, una trasformazione incompiuta e forse impossibile: la storia di un uomo che vuole cancellare il proprio passato… ma il passato può tornare a galla da un momento all’altro, e al cinema regna la Legge di Murphy: se qualcosa può andar storto, lo farà!

Ecco allora che il titolo, che ci era sembrato di semplice e immediata comprensione, rivela una raffinata ambiguità.

Ci piace ovviamente pensare che il distributore non abbia rinunciato a tradurlo per non confrontarsi con questo scoglio linguistico, ma abbia piuttosto scelto di far giungere anche a noi italiani questa doppia valenza, in quanto ambivalente è il film stesso.

Possiamo infatti considerare il film come un racconto circoscritto nel microcosmo della famiglia Stall o piuttosto come una storia universale della violenza che si nasconde sul fondo di ciascuno di noi e che è pronta a venire a galla.

Una questione di territorio

La differenza tra l’incubo di un pazzo e il thriller di un maestro del cinema è che il primo nasce dalle paure di un uomo solo, mentre l’altro si nutre delle paure di molti, preferibilmente di tutti.

La paura che le persone provano per alcune forme di vita animale, per il buio, per le malattie, per la fine del mondo, è stata plasmata dai grandi maestri del racconto per immagini e inoculata in numerosi titoli che hanno fatto la storia del thriller. Dal momento che le paure profonde e condivise non sono infinite, sarebbe possibile raggruppare questi film in una serie di sottogeneri.

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L’America reale
Quando pensiamo agli Stati Uniti d’America, spesso abbiamo in mente solo le grandi città (New York, Los Angeles) o i luoghi mitici (il Grand Canyon, Las Vegas eccetera). Tuttavia, questi luoghi sono poco rappresentativi della realtà della maggior parte degli americani: è un po’ come se si pensasse che tutti noi italiani vivessimo nei dintorni del Colosseo. Per la rappresentazione scarna e impietosa – ma a suo modo poetica – dell’America reale, profonda, provinciale, il film di Cronenberg ricorda un po’ la pittura di Edward Hopper (qui sopra il suo famoso Nighthawks, 1942, accostato a un fotogramma del film).

Uno di questi è quello dell’attacco alla sicurezza domestica: pensiamo a titoli come Cane di paglia, Panic Room e allo stesso Mamma ho perso l’aereo, che ne è l’esorcizzazione comica.

Per l’animale-uomo la casa è il territorio per eccellenza, un rifugio dalle minacce del mondo esterno, costituite non più dagli animali selvatici ma dalla criminalità e dalla violenza dei simili. Queste sono minacce effettive, ma sono anche amplificate dai mezzi di comunicazione, sia informativi che narrativi.

La copertura giornalistica riservata al fenomeno delle rapine in villa ha ad esempio senz’altro fatto sì che timori di questo tipo scalassero qualche gradino tra le priorità di molti. È quello che si definisce potere di agenda setting, cioè il potere di stabilire le priorità di cui sono dotati i mass media. Analizzando solo un po’ la questione, ci si può rendere conto che la paura delle aggressioni in casa supera probabilmente minacce meno evidenti ma certamente più probabili: la contaminazione del cibo, l’inquinamento, gli incidenti stradali, il fumo eccetera.

Dal momento che la paura sfugge spesso al controllo della razionalità (o almeno solo allora siamo soliti definirla paura), nella nostra valutazione del rischio il criterio della gravità prevale generalmente su quello della probabilità. Ecco che abbiamo più paura di un incidente aereo, più clamoroso e pirotecnico (nonché quasi matematicamente mortale), di un più probabile incidente automobilistico. Inoltre è incredibile dal punto di vista razionale il nostro disinteresse per quei pericoli silenti e graduali come l’inquinamento in tutte le sue forme.

Dal momento che abbiamo citato irrazionalità ed emozioni, vale la pena considerare il ruolo giocato dai mezzi narrativi sulle nostre paure, dal momento che i mezzi narrativi parlano direttamente alla nostra parte emotiva.

Parlando di insidie di tutt’altra natura (per essere precisi delle sofferenze amorose), Nick Hornby ci offre nel suo grande successo Alta fedeltà un’impostazione simpatica ma allo stesso tempo sottile della questione:

Alcune delle mie canzoni preferite: “Only love can break your heart” di Neil Young; “Last night I dreamed that somebody loved me” degli Smiths; “Call me” di Aretha Franklin; “I don’t want to talk about it” chiunque la cantasse. E poi vengono “Love hurts” e “When love breaks down” e “How can you mend a broken heart?” e “The speed of the sound of the loneliness” e “She’s gone” e “I just don’t know what to do with myself” e… alcune di queste canzoni le ho ascoltate in media una volta a settimana (trecento volte il primo mese, poi solo di tanto in tanto), da quando avevo sedici, o diciannove, o ventun anni, a oggi. Questo come potrebbe non lasciare un segno? Come potrebbe non trasformarti nel genere di persona destinata ad andare in pezzi quando il primo amore se ne va? Cosa è venuto prima, la musica o la sofferenza? Ascoltavo la musica perché soffrivo? O soffrivo perché ascoltavo la musica? Sono tutti quei dischi che fanno diventare malinconici?

Allo stesso modo, i film sulle aggressioni domestiche hanno successo perché parlano di una paura effettiva e radicata o piuttosto sono proprio questi stessi film (assieme all’informazione) a contribuire a far crescere questa paura?

La violenza non è tutto

Se da un certo punto di vista A History of Violence può essere ricondotto ai film di “attacco alla sicurezza domestica”, va chiarito che il valore del film in questione va ben oltre la media, sia della categoria sia dell’intero panorama cinematografico.

Non è infatti un caso che il film sia stato nominato per la Palma d’Oro al 58° Festival di Cannes e che abbia ricevuto due nomination (di John Olson per la miglior sceneggiatura non originale e a William Hurt per il miglior attore non protagonista) agli Oscar 2005.

Anche nella trama il film mostra di travalicare gli schemi del genere. Film come Panic Room o Cane di Paglia hanno il loro apice e si concludono con l’assalto alla casa, che rappresenta quella che in sceneggiatura viene definita la “battaglia finale”.

L'inchiostro prende vita

Come spesso accade, anche la storia di A History of Violence non è stata appositamente scritta per il cinema. Diversamente dal solito, però, non è tratta da un romanzo, bensì da un fumetto, o per essere più precisi da un graphic novel (cioè un romanzo a fumetti: rispetto al tradizionale comics book, propone storie più lunghe e più complesse, generalmente destinate a un pubblico adulto).
Quello del fumetto è un serbatoio di storie prezioso per il cinema, che non vi attinge più solo supereroi. Di certo, tra i film che hanno preso vita dall’inchiostro, A History of Violence è uno dei più insospettabili.

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L’elenco seguente riporta altri film noti di cui non è sempre conosciuta l’origine fumettistica: si tratta di una lista non esaustiva, da cui sono per esempio stati omessi i film con protagonisti i supereroi o personaggi affini, la cui origine fumettistica è evidente.

  • Il Corvo (1994) e sequel, da una serie a fumetti di James O’ Barr
  • La vera storia di Jack lo Squartatore (From Hell, 2001), da un fumetto di Alan Moore
  • Era mio padre (Road to Perdition, 2002), da un fumetto di Max Alan Collins
  • Sin City (2005, con un sequel annunciato per il 2010), da un fumetto di Frank Miller
  • V per Vendetta (2005), da un fumetto di Alan Moore
  • 300 (2006) da un fumetto di Frank Miller
  • 30 giorni di buio (30 days of night, 2007), da un fumetto di Steve Niles
  • Persepolis (animazione, 2008), dal fumetto di Marjane Satrapi
  • Wanted (2008), da un fumetto di Mark Millar
  • Constantine (2005), da una serie di fumetti di artisti diversi

Per chi volesse approfondire, consiglio due censimenti più completi ai seguenti link:

  • The Numbers: la storia degli incassi dei film tratti da fumetti
  • Wikipedia (in inglese), con l’elenco dei film tratti da fumetti in inglese

In A History of Violence, questo tipo di arco narrativo sembra esaurirsi precocemente, in una ventina di minuti circa. In realtà, come da manuale di sceneggiatura, ogni sezione del film è una sorta di piccolo film nel film. Ecco quindi che l’arco narrativo tipico del film di autodifesa domestica sembra esaurirsi ben presto perché occupa solo il primo atto.

Naturalmente il film ha molto altro in serbo: la trama non solo non è finita qui, ma soltanto adesso inizia a prendere slancio, come una valanga che acquista forza man mano che precipita. Tutto è perfettamente concatenato, perfettamente congegnato eppure tanto precisamente inscritto nei mec canismi di causa-effetto da sembrare del tutto naturale.

È così che ci troviamo a riflettere sulla violenza nelle sue varie forme e conseguenze senza che ci sia bisogno di simbolismi, grandi discorsi programmatici o dialoghi filosofici. È la storia, in tutta la sua concretezza, a far nascere in noi le domande.

Una vita tranquilla

Prima di prendere in considerazione il film in sé, ci eravamo lasciati con una domanda: i film sulle aggressioni domestiche nascono dalla paura oppure contribuiscono a crearla?

Chi si aspettava che in chiusura avremmo dato una rassicurante risposta rimarrà in parte deluso. Per il semplice fatto che non credo sia possibile escludere l’una o l’altra ipotesi.

Diciamo che se non ci fosse alcuna paura delle aggressioni, probabilmente questi film non farebbero presa sul pubblico. Forse, se non ci fossero film di questo tipo (né insistenza della cronaca su notizie di questo tenore) la paura sarebbe meno esacerbata, tuttavia sono convinto che persisterebbe al suo grado naturale. Un grado naturale che è alla base della sopravvivenza, non solo umana: senza paura, ovvero senza memoria del pericolo, non c’è modo di evitare la causa del pericolo stesso.

A parziale risarcimento per l’assenza di una risposta univoca, mi sento però di offrirvi un ulteriore interrogativo e un’ipotesi di soluzione.

Se di storie di questo tipo è piena la cronaca, perché c’è chi le ricerca anche nella finzione? Non dovrebbe essere la finzione un luogo testuale in cui dimenticarsi dei problemi quotidiani?

Lasciamo da parte la possibilità di approfondimento offerta da film come A History of Violence, che risponde a un bisogno intellettuale e quindi probabilmente meno vicino ai meccanismi non totalmente razionali che guidano le nostre scelte, anche di visione.

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La vera azione
Spesso confondiamo l’azione con la ricchezza di avvenimenti e di movimento. Guarda il video per vedere come una scena possa nascondere dell’autentica azione sotto un’apparente staticità.


Dev’esserci qualcosa di più viscerale, di più istintivo, in grado di condurre non dico tutti ma un numero consistente di persone diverse per età, estrazione e provenienza verso film come questo, e farli uscire soddisfatti.

Come il film esprime attraverso le svolte della trama, c’è un posto più o meno recondito e sicuro in cui ciascuno di noi custodisce il proprio lato oscuro, violento. Un lato che affonda le proprie radici nella nostra origine animale, che è rimasto intrecciato al nostro istinto di sopravvivenza e che ci accomuna al di là delle differenze culturali.

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Fuoriclasse
Tra i vari elementi che innalzano A History of Violence al di sopra della media e ci fanno capire che non è possibile considerarlo un semplice film di genere, un banale film violento, un posto di riguardo va riservato agli attori. Dall’alto a sinistra, in senso orario, Viggo Mortensen (Tom Stall) e Maria Bello (Edie Stall); Ashton Holmes (Jack Stall); Ed Harris (Carl Fogarty); William Hurt (Richie Cusack), che per questo ruolo ha vinto l’Oscar come Miglior attore non protagonista.

Nella visione di un film come questo possiamo lasciarci attrarre dalla violenza senza che essa sconvolga (e questo il film lo mostra benissimo) noi e la nostra vita, come necessariamente fa nell’esistenza reale. Possiamo provare il brivido senza pagare alcun prezzo se non quello del biglietto. Forse da un lato c’è il ricordo di una natura selvaggia e non civilizzata, dall’altro il bisogno di sfogare questo tipo di pulsioni in un modo che sia compatibile con la convivenza pacifica cui siamo abituati oggi.

E alla fine, dal momento che nel film abbiamo visto un uomo lottare fino all’ultimo sangue non per un premio esotico, ma per la propria tranquilla vita familiare, torneremo alla nostra vita di tutti i giorni riassaporandola a fondo; e ci sembrerà più saporita, come ogni frutto di una lotta.

Non è forse questo che chiediamo alle storie? Il miracolo di farci guardare alla nostra vita con occhi nuovi?

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