Marie Antoinette: la regina a nudo
Ovvero come prendere a prestito uno dei nomi più controversi della storia per parlare di una delle tappe più complicate della vita di tutti noi
Quando Marie Antoinette, terzo lungometraggio dell’autrice Sofia Coppola, arrivò nelle sale cinematografiche venne etichettato come un film di matrice postmoderna, poiché fondeva elementi storici e di verosimiglianza con anacronismi di varia specie e contaminazioni pop.
Fin da subito è stato infatti facile comprendere come, a livello formale, la pellicola fosse ben lontana dall’essere un biopic tradizionale e come la sua regista sia stata molto abile a giocare con il linguaggio filmico e a creare un’opera originale e sopra le righe, eccezionale proprio come la protagonista di cui intendeva tracciare la biografia.
Tanta eccezionalità e tanta “rarità” sussistono però per lo più a livello formale e narrativo. A livello formale, nello sfarzo lussurioso ed eccessivo oppure nello stile di regia che, a tratti, sembra da videoclip; a livello narrativo nella vicenda che fa da trama portante: si tratta in fondo della storia di una ragazza diventata regina di Francia e destinata ad essere ricordata dai libri di storia.
Una ragazza come tante
Se si guarda però il film con un occhio più attento ai significati intrinseci, se si proverà ad astrarsi dal decó ostentato e rutilante dello sfondo e dallo status della protagonista, ci si accorgerà che fra tanta eccezionalità e singolarità quella narrata in Marie Antoinette è una delle storie assolutamente più universali che si potrebbero raccontare.
Marie Antoinette di Sofia Coppola parla sostanzialmente di adolescenza, del difficile e delicato passaggio che, da che mondo è mondo, ogni ragazza attraversa per diventare donna. Un percorso inevitabile che coinvolge tutti, più o meno dolorosamente, e che porta lentamente e tortuosamente alla consapevolezza e alla coscienza di sé.
Quando vediamo Maria Antonietta per la prima volta è poco più che una bambina; la incontriamo “a casa sua”, in Austria, in compagnia di due figure assolutamente famigliari per lei: il Primo Ministro e la madre. Anche se la genitrice è nientemeno che l’imperatrice austriaca, per Maria Antonietta è semplicemente la mamma, una donna che come tutte le mamme del mondo cerca di consigliare la figlia, farle raccomandazioni e spiegarle come ci si comporta.
Questo primo ritaglio di intimità famigliare è importantissimo ai fini della narrazione, perché si pone in forte antitesi rispetto al prosieguo della vicenda, quando la giovane delfina si troverà catapultata in società, quando si troverà, da sola, a dover rimanere a galla nel mondo reale (per quanto il termine “reale” possa suonare paradossale parlando della Versailles del diciottesimo secolo, sfarzosissima e totalmente distaccata dalla realtà popolare).
Infatti è questione di fotogrammi ed ecco che la nostra protagonista è in viaggio, diretta incontro al proprio destino di regina in una terra straniera. Una scena in particolare segna questo distacco dalla terra natia per andare a recarsi in un paese straniero, così come ci si stacca dalla fanciullezza per entrare nell’adolescenza; non è un caso se la Coppola decide di utilizzare il confine tra Austria e Francia come una metafora del cambiamento in atto nel corpo e nel cuore della giovane Maria Antonietta.

Via tutto!
Giunta al confine tra Austria e Francia, Maria Antonietta viene letteralmente denudata: la futura delfina di Francia non può conservare nulla di austriaco. È una fortissima metafora dell’approdo all’adolescenza, che spoglia le persone delle sicurezze del proprio passato rendendole fragili, nude.
Improvvisamente la ragazza non è più quella di sempre: varcato il confine si trasforma in una nuova persona, non più bruco ma non ancora farfalla, una crisalide a disagio nella nuova condizione, che non sa come muoversi e si sente braccata, in perenne condizione di ostilità e di incomprensione.
Il mondo circostante la bombarda letteralmente di obblighi e divieti, dalla corte di Versailles che la giudica e la critica in continuazione senza mai amarla e comprenderla, fino ad arrivare alla madre che, nonostante tutto l’affetto, continua a metterla di fronte ai suoi insuccessi e ai suoi sbagli. Sbagli ai quali Maria Antonietta prova a rimediare, ma senza grandi risultati.

Io vi dichiaro...
Il giorno del matrimonio gli sposi firmano il registro nuziale. Anche se con il suo incedere incerto e la bella macchia di inchiostro la firma di Maria Antonietta sembra essere più il suggello di una pagina di diario.
Per questo motivo la giovane delfina corre ai ripari a modo suo: indossando proprio la maschera che gli altri le hanno affibbiato, diventando esattamente come gli altri la accusano di essere: frivola, superficiale e incontenibile. Tutte le frustrazioni che subisce, in questo modo, invece che essere risolte e compensate, vengono annegate in litri di champagne, nello shopping compulsivo e nell’abuso bulimico di feste, distrazioni e diversivi.

Sola in mezzo a tanti
L’imponenza, la magnificenza e la popolosa presenza umana di Versailles evidenziano ed esasperano la solitudine della protagonista che, pur essendo al centro dell’attenzione di tutti, non si sente veramente appartenere a qualcuno o contare per qualcuno.
È la più classica delle reazioni che chiunque escogita per sentire (e far sentire) che esiste: attirare l’attenzione, anche nel più negativo dei modi, pur di fare in modo che gli altri si accorgano di sé.

Meglio non pensarci
La prima reazione di Maria Antonietta di fronte ai suoi problemi è quella di aggirarli, diventando esattamente la persona che gli altri vogliono vedere. La ragazza percorre così la pericolosa strada verso l’autodistruzione in cui spesso si trova chi non riesce più ad aggrapparsi ad alcun punto di riferimento.
È come se Maria Antonietta, partecipando a un ballo in maschera senza fine, decidesse di indossare anche una spessa benda nera che le impedisce di vedere quello che di sbagliato c’è nella sua vita.

Attimi di effimera felicità
La “fase degli eccessi” della regina di Francia è sicuramente la parte più colorata e godibile di tutto il film. Qui la vita scorre leggera e spensierata tra giochi, feste, banchetti chilometrici, coiffeur che ricordano tanto gli stilisti della nostra epoca e gli innumerevoli cambi d’abito della protagonista (tutti realizzati dal “nostro” premio Oscar Milena Canonero).
Ma non si può fingere per sempre di essere chi non si è; inevitabilmente si presentano momenti in cui la delfina si trova sola e ha il coraggio della sincerità, ha il coraggio di piangere e di ammettere le sue sconfitte, ha la lucidità di accettare che tutto è sbagliato. Cedere alla disperazione è una prima presa di coscienza; gettare la maschera il primo passo.

Una sofferenza solitaria
Lontano da occhi indiscreti e malevoli si può essere sinceri; si può scivolare sul pavimento e sfogarsi senza attirare l’attenzione, riuscendo a dissimulare la propria reale fragilità. Dopo la notizia del parto della cognata Maria Antonietta crolla; il suo matrimonio bianco e senza figli è la fonte principale delle sue frustrazioni e del biasimo generale nei suoi confronti, ma è un dolore privato, non condiviso con nessuno.
A piccoli lenti passi Maria Antonietta subisce la sua trasformazione: riesce a dare eredi alla sua nazione, migliora il rapporto col marito e con la gente intorno a sé, sa rimanere da sola senza sentirsi abbandonata. Sono piccole conquiste che servono a darle più tranquillità e serenità, ma non ancora la consapevolezza.

Equilibrio instabile
Quando finalmente Maria Antonietta riesce a garantire un erede al marito Louis, questi le dona il Petit Trianon, una residenza di campagna a sua completa disposizione. Lontana dal super affollato circo di Versailles la regina riscopre una dimensione più intima e libera, e grazie alla lettura di Rousseau si avvicina alla natura. Raggiunge un equilibrio che però è precario: la lontananza dai problemi non equivale alla loro risoluzione.
Questa arriva come una doccia gelata quando una pietra squarcia un vetro della reggia, quando la Rivoluzione entra a Versailles, quando la realtà, quella vera, piomba nella vita di Maria Antonietta.
In quel preciso momento Maria Antonietta diventa donna, capisce perché non è fuggita all’estero come tutti gli altri nobili, comprende chi è davvero e simbolicamente prende coscienza dei propri errori; quando si inchina di fronte a un’orda di parigini inferociti la Coppola ci serve su un piatto d’argento un’altra metafora: da una parte abbiamo la regina passata alla storia come simbolo della dissolutezza sfrenata della nobiltà che si inchina di fronte al popolo, la monarchia che passa il testimone alla democrazia, dall’altra abbiamo una ragazza che, assumendosi per la prima volta le proprie responsabilità, diventa finalmente donna.

Sgradito ritorno
Il ritorno a Versailles dimostra tutta la fragilità della posizione della regina. L’eco dei primi tumulti della Rivoluzione Francese inizia a farsi sentire e Maria Antonietta viene subito designata come capro espiatorio (viene citata anche la famosa “boutade delle brioches e del pane” che la regina commenta indignata). In questo particolare fotogramma vediamo la protagonista a teatro: sta applaudendo i protagonisti di un’operetta, ma gli altri cortigiani si voltano tutti a guardarla con biasimo e disprezzo, perché a Versailles non si usa applaudire agli spettacoli. Ovvero: potevano accettare questo comportamento prima, quando era appena arrivata a corte, ma ora gli dei sono caduti e lei ne è considerata la causa.
In entrambi i casi assistiamo a una svolta, a un discrimine che cambierà per sempre le carte in tavola.

Da ragazza a donna
L’inchino davanti alla folla inferocita della Rivoluzione, che ormai ha raggiunto anche Versailles, è il culmine della maturazione della protagonista: rappresenta presa di coscienza e ammissione delle proprie responsabilità. Maria Antonietta è diventata una donna, ha guardato in faccia i propri problemi, per la prima volta non li ha aggirati.
Maria Antonietta = Sofia Coppola?
Il tema dell’adolescenza è una costante nella produzione cinematografica di Sofia Coppola e si può dire che con questo ultimo lavoro si concluda una virtuale trilogia sull’argomento: è iniziata con la vicenda delle sorelle Lisbon ne Il Giardino delle Vergini Suicide ed è poi proseguita con lo stroboscopico Lost in Translation.
È giusto che Marie Antoinette sia il prodotto più maturo dei tre: la sua protagonista, nonostante la Storia le abbia riservato il tragico destino che tutti ben conosciamo, è la sola a crescere davvero, la sola che diventa realmente donna, anche per il fatto che la vicenda della regina di Francia attraversa un arco di tempo che dura oltre vent’anni.
Ma è curioso notare come l’ultimo episodio sul tema dell’adolescenza trattato dalla Coppola collimi con la biografia di un personaggio che “si risolve” quando ha più o meno la stessa età anagrafica della regista. Ci sono moltissimi elementi disseminati per tutto il film che suggeriscono una sorta di coinvolgimento autobiografico di Sofia Coppola, in un perpetuo parallelismo tra il personaggio e la sua autrice.
Basti pensare alla colonna sonora del film, un mix trascinante di musica pop e rock (Siouxsie and the Banshes, Cure, Bow Wow Wow e altri); sono tutti brani giunti dagli anni Ottanta, dall’epoca in cui Sofia Coppola era una ragazzina che probabilmente indossava scarpe All Star come la sua improbabile Maria Antonietta e che come lei si strafogava di dolcetti con le amiche.
Ad avvalorare questa tesi è proprio l’autrice, nel backstage, a confessare di aver voluto che il Conte Fersen, il bellone che fa perdere la testa alla giovane regina di Francia, fosse il più possibile simile al suo idolo adolescenziale Adam Ant degli Adam and the Ants.
Tuttavia la vera consonanza tra Maria Antonietta e Sofia Coppola sta a un livello più alto e coincide con il ruolo complicato che entrambe si sono trovate a sostenere, con la “maschera” che è stato chiesto loro di indossare. La prima è figlia dell’imperatrice d’Austria, è la futura regina di Francia; gli occhi malevoli e pettegoli della corte sono tutti puntati su di lei, così come le aspettative di un intero Paese in cerca di un facile capro espiatorio. Per quanto riguarda Sofia Coppola, siamo anche questa volta di fronte alla “figlia di”: in questo caso, di uno dei mostri sacri del cinema; è una giovane donna che ha scelto di calcare le orme paterne attraversando le inevitabili illazioni sul suo status di privilegiata e, di conseguenza, i paragoni al ribasso sul suo operato.
E quando la giovane Maria Antonietta, svegliatasi a Versailles il suo primo giorno da delfina, viene travolta dai rituali di corte e, nuda in attesa di essere vestita dalla persona di rango più alto presente nella stanza, osa abbozzare un: “Tutto questo è ridicolo”, si sente rispondere dalla Maestra di Corte: “Tutto questo, Madame, è Versailles!”, è quasi impossibile non tradurlo con un: “Tutto questo è Hollywood, baby!” a misura di Sofia Coppola. Ma può essere tradotto anche con un più universale: “È la vita. Tutto questo è la vita”.





