Un pesce davvero grosso
L’azione o il pathos non sono indispensabili per catturare l’attenzione dello spettatore: una pellicola dai colori pastello e dall’atmosfera soft è capace lo stesso di lasciare a bocca aperta. E non stancare mai
Chi di noi non ha almeno un film che non si stanca mai di vedere e rivedere, di cui conosce le battute a memoria e del quale ricorda persino il nome del personaggio più insignificante? Ecco, Big Fish di Tim Burton è uno di quei film. Per il sottoscritto, chiaro.
La storia è molto semplice. Abbiamo Edward Bloom, uno dei più grandi cacciaballe degli Stati Uniti, felicemente sposato e padre di Will, rampante giornalista nel pieno della maturità. Edward è una di quelle persone capaci di far passare a chi gli sta intorno un’intera serata con la bocca chiusa e le orecchie tese; il vecchio Bloom è amato e stimato da tutti quelli che ha conosciuto nel corso della sua “straordinaria esistenza”, come ama definirla lui stesso, tranne che da una persona: suo figlio.

La verità ad ogni costo
William Bloom, il figlio di Edward, fa il giornalista a Parigi. Non è affatto un caso che Will abbia scelto la professione che per antonomasia è sinonimo di ricerca della verità ed esposizione oggettiva dei fatti. Praticamente tutto il contrario del carattere del padre.
In realtà non è proprio così: Will è legato al padre da un profondo affetto, soffocato però da quello che, agli occhi del più giovane dei Bloom, è lo smisurato egocentrismo del genitore. I due non si parlano per alcuni anni, fino a quando Edward scopre di avere un cancro e pochi mesi di vita: Will, con la moglie, torna a casa per stare vicino al padre nei suoi ultimi giorni ed inizia così il viaggio alla disperata ricerca della vera identità del suo vecchio.

La punta dell’iceberg
Al capezzale del padre, Will cerca per l’ennesima volta di capire chi sia veramente il suo genitore. Ci prova con la metafora dell’iceberg: per Will, Ed è come quegli enormi blocchi di ghiaccio galleggianti dei quali è visibile solo quella minuscola parte che sta in superficie. Ma Ed risponde di non aver mai nascosto la propria natura: è Will, piuttosto,
che si ostina a non vederla.
Ad una prima lettura più superficiale, il film può apparire come uno dei tanti fantasy leggeri e senza pretese, un mix di avventura e divertimento con in più quel tocco drammatico in grado di strappare una lacrimuccia ai cuori più sensibili. Ma se si riesce ad andare un po’ più in profondità ci si accorge di come la pellicola sia in realtà un fantasy travestito da storia vera, e viceversa. Attraverso frammenti di vita raccontati dal padre e indizi sparsi nella casa dove ha abitato sino all’età adulta, Will piano piano è in grado di farsi un’idea di chi sia veramente il suo genitore. E la scoperta, scioccante, è che nelle avventure raccontate da Edward c’è molta più verità di quanta in realtà il figlio abbia mai sospettato. Will scopre che suo padre ha effettivamente fatto tutto ciò che racconta nelle sue mirabolanti storie: ha conosciuto un gigante, ha soggiornato in una strana città di provincia, ha lavorato in un circo, è stato in Vietnam durante la guerra e così via.

Karl, il gigante
In una delle sue innumerevoli storie, Ed racconta di un gigante che tanti anni addietro terrorizzava la tranquilla cittadina di Ashton, suo paese natale. Fu proprio Edward, allora poco più che maggiorenne, a convincere il gigante Karl a lasciare in pace Ashton. Partendo insieme a lui. Il tema del viaggio, a vari livelli, è una costante nel film di Tim Burton.
Edward si è solamente limitato ad abbellire i suoi racconti per renderli più accattivanti. Ma Will non è affatto sollevato da tale scoperta, tutt’altro: si danna l’anima perché non capisce il motivo per il quale suo padre si ostini a raccontare storie falsate nonostante egli non sia più un ragazzino. Ci vuole l’incontro con due amici del padre ad aprire gli occhi al ragazzo: solo così Will capisce che a furia di raccontare le sue storie, un uomo diventa le sue storie.

L’incontro con Jenny
Will non manca di caparbietà ed è determinato a scoprire la verità sul genitore: incontra così Jenny, una donna che ha avuto modo di conoscere Edward in gioventù. Will comincia a capire che le storie che racconta sempre il padre non sono solo il frutto della sua fantasia...

Una nascita (in)credibile
La vera presa di coscienza di Will avviene durante un colloquio con il dottor Bennett, anche se il giovane se ne renderà veramente conto soltanto poco prima della morte del padre. Il dottore, medico di fiducia della famiglia Bloom da una vita, racconta a Will la storia della sua nascita; la vera storia, non quella fantasiosa che Ed gli ha sempre decantato. Naturalmente quella narrata dal dottor Bennett è la storia assolutamente normale di una nascita senza complicazioni: nulla a che vedere con la meravigliosa versione dei fatti di Edward. Lo stesso dottore ammette di preferire di gran lunga il racconto del vecchio Bloom.
Il padre di Will non è un ciarlatano, ma una persona sensibile e fantasiosa che alla dura e cruda realtà preferisce la fantasia. Non la bugia, si badi bene: la fantasia. Ecco perché si diceva, poco sopra, che il fantasy si mescola con la realtà: entrambi i concetti perdono i loro confini, si uniscono e si modellano fino a trascendere il loro significato; non importa più che il gigante amico di Edward non sia alto davvero come una casa o che il proprietario del circo dove Bloom ha lavorato da giovane sia effettivamente un licantropo.
Chi siamo? Dove andiamo? Ma soprattutto, perché viviamo? Nel corso della storia dell’uomo, decine e decine di filosofi hanno provato a dare una risposta a queste tre domande esistenziali. Anche noi, novelli Feuerbach e aspiranti Hegel, ispirandoci al mondo della cinepresa cerchiamo una possibile soluzione alla prima delle tre questioni. Siamo ciò che...
- Mangiamo. Secondo i nutrizionisti, chi osserva una dieta equilibrata e mangia bene non solo è sempre in forma, ma è anche una brava persona. Al contrario, chi mangia in maniera sregolata senza seguire i consigli del dietologo ha l’animo cattivo. Un personaggio della serie TV Hazzard, il maligno “Boss” Hogg, sembra confermare quanto appena detto: il suo cibo preferito è il fegato di maiale crudo, che consuma in quantità industriali persino a colazione.

- Ricordiamo. Le nostre esperienze ci formano, ci fanno diventare ciò che siamo. Tramite i ricordi siamo in grado di analizzare situazioni che possono ricalcare esperienze già vissute in passato, ed essere quindi capaci di affrontare gli eventi simili senza commettere gli stessi errori. Nel film It, tratto dal romanzo omonimo di Stephen King, i protagonisti riescono a sconfiggere il mostro quando ricordano il loro passato: ciò serve ad unirli nuovamente, a renderli capaci di ricreare quello spirito di gruppo che, in gioventù, aveva permesso loro di sbarazzarsi una prima volta del terribile pagliaccio.

- Raccontiamo. Facciamo parte di una civiltà dove ciò che appare è l’unica cosa che conta. Non importa come siamo veramente, quel che importa è come ci “raccontiamo”. È la civiltà delle balle, che vive di compromessi e si nutre di immagini. Ma non sempre chi si racconta diversamente da come è lo fa per nascondere i classici scheletri nell’armadio. Ne è esempio Edward Bloom, il protagonista di Big Fish: mentre gli altri descrivono la propria vita con una semplice matita, Ed usa tempere e pennelli; il risultato è un’esplosione di colori che non fa male proprio a nessuno.

Persino la morte di Edward diventa una storia fantastica, grazie al fondamentale aiuto di Will. Fantastica, ma vera allo stesso tempo. E nasce una sequenza finale indimenticabile che è una poesia in movimento, un inno alla vita ed alla gioia che la vita stessa è in grado di darci. A patto che la si guardi con gli stessi occhi di Edward Bloom.

Qual è il vero funerale?
Le fasi finali del film sono dedicate ai due funerali di Ed. Sì, due funerali. Il primo, qui ritratto, è lo scenario gioioso e fantasioso che lo stesso Will immagina assieme al padre negli ultimi attimi di vita di quest’ultimo, mentre il secondo è il normale e reale rito religioso. Eppure si ha la netta sensazione che il vero e giusto funerale di Edward sia quello immaginato per lui dal giovane William.


