L'autore

Poggi

Claudio Poggi è laureato
in Comunicazione e società.
Giornalista pubblicista, è appassionato dell’universo fantasy e apprezza particolarmente il cinema visionario.


Questo articolo
è per


Scheda del film

Espiazione (Atonement / Reviens-moi)
Gran Bretagna / Francia, 2007


La scheda
per i docenti
e per i formatori

Come tutti gli articoli della serie Scuola e formazione, anche questo contiene una scheda per i docenti e per i formatori che può essere stampata e consegnata ai ragazzi per iniziare un lavoro a partire dalla visione del film.

Per scaricare la scheda, fai clic destro sul seguente link, quindi scegli il comando per salvare il file di destinazione.

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Non credo ai miei occhi

Le ricerche più recenti sembrano indicare che il cervello umano abbia bisogno di coerenza, non di verità. Perciò accoglie ciò che rafforza le nozioni già apprese, non ciò che è vero. E nasce un grande film

A causa della combinazione tra il periodo di uscita in Italia (intorno alla Pasqua del 2007) e il titolo, il film Espiazione è stato inevitabilmente inteso da molti come una pellicola religiosa dal tema pesantissimo. Così parecchi spettatori hanno pensato bene di evitare di farsi del male e non sono andati a vederlo.

È un peccato, perché Espiazione non è per nulla un film religioso e non è pesantissimo, anche se è profondo. Come tutti i grandi film, può essere visto a più livelli e garantisce perciò la soddisfazione dello spettatore, qualunque sia il livello culturale e la capacità di analisi cinematografica e personale. Può essere visto come un semplice giallo, ma può anche interrogare sulle conseguenze delle azioni personali.

Un film in quattro parti, più un finale

Il film è suddiviso in tre parti e un finale. Chiediamo scusa ai lettori che non l’hanno ancora visto, ma li avvisiamo che sveleremo la conclusione della storia, perché è indispensabile per parlare del suo senso.

La prima parte del racconto si svolge negli anni Trenta, nella campagna inglese. In un’ambientazione da Agatha Christie, la tredicenne Briony Tallis, aspirante scrittrice, si convince che Robbie Turner (il figlio della governante, per il quale ha una cotta neppure troppo nascosta) sia un maniaco sessuale, che insidia sua sorella Cecilia.

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La residenza Tallis
La prima parte del film si svolge all’interno della casa dei Tallis. I protagonisti sono i tre figli: Leon, Cecilia e Briony. Oltre ai figli, giocano un ruolo importante Robbie Turner (figlio della governante), Lola Quincey e Paul Marshall (amico di Leon e futuro marito di Lola). Il dramma che darà il via a tutte le vicende raccontate nel film ha luogo nel 1935.

In realtà, Cecilia e Robbie si amano e ciò che Briony interpreta come atti maniacali sono o semplici gesti d’amore o atti che hanno tutt’altro significato e che vengono malinterpretati a causa della non conoscenza dei fatti reali da parte di Briony.

Fatto sta che quando Briony sorprende un tale a violentare sua cugina Lola, Briony testimonia che si tratta di Robbie, nonostante fosse buio e non fosse riuscita a vederlo chiaramente in faccia.

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L’errore di Briony
Briony accusa Robbie di aver violentato Lola. In realtà, la convinzione che fosse proprio lui la persona intravista nel buio nasce dalla prevenzione che Briony ha verso di lui.
È evidente che Briony, di appena tredici anni, è innamorata di Robbie, ma assiste ad alcuni episodi che la disilludono e che, di conseguenza, fanno pensare a lui
come a un maniaco sessuale.

Il primo episodio cui Briony assiste è il tuffo che la sorella Cecilia fa nella fontana e l’insistente sguardo di Robbie quando lei riemerge, con i vestiti resi trasparenti dall’acqua.

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Il secondo episodio è la lettura di una lettera che Robbie le chiede di consegnare a Cecilia; pur non avendone il diritto, Briony la legge e sfortuna vuole che Robbie le avesse consegnato il foglio sbagliato: anziché quello con un messaggio innocente ha inserito nella busta quello scritto per gioco e contenente le sue fantasie sessuali su Cecilia.

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Il terzo fatto cui assiste è la scena d’amore tra Cecilia e Robbie in biblioteca: agli occhi di Briony sembra una forma di violenza.

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Non c’è da stupirsi se, quando assiste a un episodio di vera violenza, Briony sia sicura che il colpevole sia proprio Robbie.

A causa della testimonianza di Briony, Robbie finisce in galera, per uscirne solo allo scoppio della seconda guerra mondiale, quando ai reclusi viene offerta la possibilità di riscattarsi arruolandosi.

Perché Briony ha raccontato una balla?

Il film suggerisce che Briony abbia deposto il falso senza la precisa volontà di mentire, ma indotta a ciò da due concause precise:

  • l’inesperienza su ciò di cui si può essere davvero certi
  • la propensione a considerare Robbie un maniaco sessuale, a causa di fatti che aveva mal interpretato.

La seconda causa è molto più importante di quanto comunemente si creda.
Da tempo infatti le ricerche degli scienziati che si occupano della visione hanno appurato che il sistema occhi-cervello opera in maniera del tutto controintuitiva. In pratica, i segnali luminosi ricevuti dagli occhi vengono passati al cervello che li interpreta e che solo alla fine compone l’immagine da passare alla coscienza.
Ciò contraddice il buon senso, che pensa al sistema occhi-cervello come a una sorta di macchina fotografica, che memorizza la realtà.
Invece sembra proprio che al nostro cervello non importi nulla della realtà, ma che sia invece del tutto incline a interpretare la realtà secondo nozioni che già possiede. In altre parole, costringe gli occhi a vedere ciò che per lui ha senso. Questa teoria che fa crollare le certezze trova numerose conferme. Una di esse è la base dei SIRDS (Single Image Random Dots Stereogram), cioè degli stereogrammi con punti casuali in un’unica immagine: sono quelle immagini che mostrano un motivo ripetuto e che nascondono un oggetto tridimensionale, a volte molto complesso. Per riuscire a vedere l’oggetto tridimensionale (nell’esempio a fianco, l’immagine in alto nasconde il cuore mostrato al centro) occorre osservare l’immagine in modo divergente, cioè ponendo il fuoco sull’immagine e l’accomodamento dei muscoli oculari dietro di essa, come quando si osserva qualcosa posto più lontano. Poiché il motivo ripetuto contiene discrepanze fatte ad arte, il cervello interpreta queste discrepanze in un modo che a lui sembra sensato: vedendo qualcosa che non c’è!
Questa preferenza del cervello per la coerenza anziché per la verità è sperimentabile quotidianamente: tutti noi abbiamo esperienza di posizioni prese e sostenute anche contro l’evidenza dei fatti (escludiamo la malafede) solo perché la verità costringerebbe a rivedere tutto un sistema di credenze e di valori.
Su questa necessità umana si fondano purtroppo le menzogne che portano alle grandi tragedie umane. Come ben ha compreso la propaganda nazista, una bugia ripetuta sufficientemente a lungo diventa verità. Ma questo atteggiamento è ancora oggi presente non solo in politica, ma anche nel marketing: pensiamo al valore dei diamanti, mantenuto artificialmente alto grazie a una combinazione di bugie commerciali e di cartelli, o al valore commerciale di alcuni brand, che è totalmente staccato dal valore effettivo dei prodotti venduti e dalla qualità generale offerta.
Persino i ricordi, tanto più quelli dei bambini, possono essere manipolati in modo molto semplice: alcuni studi (riportati per esempio su Mente & Cervello n. 38) hanno chiarito che se a una persona si asserisce in modo sufficientemente deciso che ha vissuto un’esperienza in realtà mai accaduta, la persona fabbrica falsi ricordi a sostegno di questa tesi. Talvolta, il bambino arriva addirittura a sostenerla anche dopo che gli è stato comunicato che è una balla.
Davanti alle prove sempre più numerose che ci portano le scienze cognitive, dobbiamo probabilmente imparare a non fidarci ciecamente dei nostri occhi (passateci il gioco di parole) e a chiederci sempre se le nostre convinzioni non influenzino ciò che vediamo.

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Robbie viene perciò destinato in Francia, dalla quale deve precipitosamente fuggire a seguito dello sfondamento operato dalle truppe tedesche.

La seconda parte del film è proprio quella che parla del tentativo di Robbie e dei suoi commilitoni di raggiungere Dunkerque per poter tornare in Inghilterra. Nel frattempo, Briony ha seguito l’esempio della sorella Cecilia e sta prestando la sua opera come infermiera. I rapporti con Cecilia, che non ha mai perdonato a Briony di aver falsamente accusato Robbie, sono interrotti, nonostante Briony desideri incontrarla e spiegarsi.

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Robbie soldato
Nella seconda parte del film viene raccontato il tentativo di Robbie e di suoi due commilitoni di lasciare la Francia invasa dai nazisti e di tornare in Inghilterra. Oltre alle normali peripezie della fuga, Robbie deve anche fare i conti con la scoperta degli orrori
dei massacri ingiustificati.

L’occasione arriva nella terza parte del film, quando Robbie è riuscito a tornare in Inghilterra e trova temporaneo rifugio a casa di Cecilia. Briony chiede scusa per il proprio comportamento dovuto all’incapacità adolescenziale di distinguere il vero dal falso e il bene dal male e promette di rendere pubblica la verità. Verità che nel frattempo si è arricchita dall’aver conosciuto il nome del vero violentatore di Lola: si tratta di Paul Marshall, amico del fratello di Cecilia e di Briony, che nel frattempo è addirittura diventato marito di Lola.

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Una riconciliazione mai avvenuta
Il drammatico chiarimento tra Briony, Robbie e Cecilia, che sembra preludere al ristabilimento della verità e alla riabilitazione di Robbie, in realtà non è mai avvenuto. Sia Robbie sia Cecilia sono morti a causa della guerra, lasciando a Briony il senso di colpa.

Quando sembra che la verità stia finalmente trionfando e i rapporti umani si stiano ricomponendo, il film subisce un nuovo salto temporale e passa ai giorni nostri.

Nella quarta parte del film Briony è un’anziana scrittrice che sta presentando in TV il suo ultimo libro, quello che parla della storia raccontata nelle prime due parti del film. Briony Tallis afferma che si tratta letteralmente del suo ultimo libro, perché sta morendo. E che purtroppo è un racconto di fantasia, perché nella realtà Robbie è morto di setticemia a Dunkerque prima di riuscire ad imbarcarsi per l’Inghilterra e Cecilia è anch’essa perita, affogata nella stazione della metropolitana londinese di Balham dopo che un bombardamento tedesco ha provocato l’allagamento della stazione stessa.

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Persi per sempre
In realtà, Robbie e Cecilia non sono mai riusciti a reincontrarsi. Robbie è morto di setticemia a Dunkerque, mentre Cecilia è annegata nella stazione della metropolitana londinese di Balham, bombardata dai Tedeschi.

Così si scopre che il ricongiungimento tra Robbie e Cecilia e la riconciliazione con Briony sono solo il tentativo della scrittrice di rendere a Robbie e a Cecilia quella serenità nella fantasia che lei, tredicenne saputella e incosciente, aveva loro negato nella realtà. L’espiazione che dà il titolo al libro si riferisce sia al peso che Briony deve portare dopo essersi resa conto di aver rovinato la vita a due persone sia al suo tentativo di restituire loro la felicità rubata, sia pure attraverso la finzione letteraria. Non solo: il lavoro stesso di Briony come infermiera durante la seconda guerra mondiale è vissuto come una sorta di espiazione per aver costretto Robbie a rischiare la vita in un paese straniero; Briony cerca, con il suo tentativo di salvare le vite dei soldati feriti, di riscattare in qualche misura il male che lei ha fatto a Robbie e a Cecilia.

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La colpa, il rimorso e l’espiazione
Briony Tallis è diventata scrittrice di successo. In un’intervista per promuovere il suo ultimo libro, ormai vicina all’impossibilità di scrivere a causa della demenza vascolare (nel film viene usato il vecchio termine di demenza arteriosclerotica) che la condurrà ben presto alla morte, fa luce sull’episodio della giovinezza che ha segnato tutta la sua vita. Rivela pertanto la sua colpa e la sua vigliaccheria, il rimorso conseguente e la sua decisione di tentare di restituire a Robbie e a Cecilia un po’ della felicità che ha rubato loro, facendo inoltre un’opera di bene al lettore: perché costringerlo a terminare il libro con il cuore colmo di tristezza?

Il finale del film è strano e gioca su due livelli. Mostra Robbie e Cecilia in quella che sarebbe dovuta essere la loro casetta al mare, felici della compagnia l’uno dell’altra. È un finale finto, che può essere interpretato in due modi: una prima lettura è conseguente allo svolgimento del film e interpreta la scena come l’estremo tentativo di restituire a Robbie e a Cecilia la felicità rubata; una seconda lettura, molto meno romantica, riguarda la necessità hollywoodiana di non far uscire scontento lo spettatore dalla sala cinematografica e di dargli il contentino del lieto fine.

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Bugie a fin di bene
Parlando dei fatti così come si erano effettivamente svolti, Briony Tallis dice: “L’effetto di tutta questa sincerità era così disumano che non riuscivo più a immaginare quale ne sarebbe stato lo scopo. Quale senso di speranza o di soddisfazione avrebbe avuto un lettore da un finale del genere?”. Così ha creduto che sarebbe stato meglio dare a Robbie e a Cecilia nel libro ciò che avevano perso nella vita

Questa seconda interpretazione è meno peregrina di quanto possa sembrare a prima vista. Le storie d’amore vivono sul lieto fine: l’happy end lascia contento il cuore dello spettatore e sicuramente uno spettatore con il cuor contento è più favorevole a rivedere il film, magari solo nei passaggi in televisione.

Del resto, lo sappiamo tutti che il film è finzione, ma nonostante ciò la nostra partecipazione emotiva è totale; noi accettiamo il gioco e ci dimentichiamo temporaneamente che si tratta di una favola, purché il film ci racconti cose che possiamo credere. Nel caso di Espiazione, la finzione è stata semplicemente spostata di un livello: non siamo solo noi a sapere che si tratta di una finta, ma anche la protagonista del film.

Ciò fa del finale di Espiazione un falso? Certamente no, perché lo era già, dichiaratamente, in quanto film!

In realtà, siamo sicuri che saremmo usciti dal cinema con uno spirito molto più triste se prima dell’accensione delle luci in sala non ci fossimo riempiti gli occhi con i piccoli gesti di tenerezza e d’amore tra Cecilia e Robbie.

Il finale di Espiazione ripropone in modo nuovo il vecchio quesito sulla funzione del cinema: deve raccontare o deve emozionare? Sapendo che il pubblico gradisce di più il lieto fine che una conclusione tragica, è doveroso accontentarlo?

Come dicevamo all’inizio, il finale può essere una concessione alle esigenze di Hollywood, ma Espiazione lo inserisce perfettamente nella trama che regge tutta la narrazione. Non si tratta di un lieto fine posticcio (come quello di Uno su due, tanto per citare un esempio di lieto fine aggiunto ad arte che rovina lo spirito del film), ma di un elemento ben innestato nel racconto che, alla fin fine, fa proprio quello che dovrebbe fare: sollevare dubbi sull’opportunità e sulla validità (oltre che sulla disonestà) di offrire a tutti i costi finali lieti e consolatori.

La musica

La colonna sonora di Espiazione è senz’altro una delle più interessanti di quest’anno.
Premiata prima con il Golden Globe e poi con l’Oscar, segna la seconda collaborazione tra il compositore Dario Marianelli e il regista Joe Wright, dopo Orgoglio e pregiudizio del 2005, la cui musica aveva già ottenuto una nomination alla prestigiosa statuetta d’oro. Entrambi i commenti musicali vedono anche la partecipazione del noto pianista Jean-Yves Thibaudet, che in Espiazione esegue (oltre alla partitura di Marianelli) anche Claire de lune di Debussy, brano spesso usato e anche abusato nella storia del cinema.
In Espiazione si intersecano più piani narrativi, con frequenti spostamenti nel passato e nel presente, nella fantasia e nella realtà, dal punto di vista di un protagonista o di un altro. La vicenda inoltre si evolve con profondità drammatica e varie sfaccettature. Così la musica partecipa di tutti questi aspetti, passando dal sottofondo alla presenza in scena o da un minimalismo essenziale ad una liricità di ampio respiro.
È stato scritto in diverse recensioni a proposito dell’utilizzo che qui è stato fatto della macchina per scrivere come vero e proprio strumento musicale. Non si tratta di una novità: l’utilizzo intensivo dei rumori era già stato sperimentato negli anni Dieci del Novecento in Italia e successivamente negli anni Cinquanta nella “musica concreta” in Francia. Il rumore della macchina per scrivere è assai presente, anche per la centralità che il messaggio scritto con essa ha nella sceneggiatura e per la carriera di scrittrice che intraprenderà una delle protagoniste; il suo ticchettio rappresenta quasi l’articolazione dei pensieri, ma forse anche un distacco simbolico tra la parola scritta e la realtà dei fatti. Abbandonata durante tutta la parte centrale, mentre Robbie si trova al fronte durante la seconda guerra mondiale, la macchina per scrivere riprende di nuovo il suo ruolo quando rivediamo Briony alla scuola per infermiere, insieme al motivo musicale a lei associato. Il contesto sonoro del film è però assai più ricco e comprende altri rumori utilizzati a volte in maniera ritmica o ossessiva, che entrano anche in contrappunto con la musica vera e propria, come l’accendino o i colpi di ombrello che la madre di Robbie batte sulla macchina della polizia.
Vi sono poi diversi punti in cui la musica di commento si fonde con quella presente in scena o dialoga con essa, dai brevi momenti in cui Cecilia pizzica una corda del pianoforte o Briony ne ribatte distrattamente un tasto, all’armonica suonata dal compagno d’armi di Robbie, all’organo in chiesa o al coro dei soldati nel gazebo sulla spiaggia.
Una nuova norma introdotta nell’Academy lo scorso anno, che vieta le pubblicazioni discografiche realizzate appositamente per promuovere tra i membri della giuria le colonne sonore dei film in concorso, tende a rivalutare la musica nel suo rapporto con la pellicola e a scoraggiare un giudizio sulle composizioni avulse dal loro contesto. Questo cambiamento volge sicuramente a favore del lavoro di Marianelli, che intreccia relazioni molteplici e raffinate con le altre componenti del film e sebbene riesca perfettamente a sorreggersi senza l’ausilio delle immagini e degli altri suoni, è nell’unione con essi che si compie pienamente.

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Le mani che avvicinano

Durante il film, è evidente che il registra Joe Wright ha voluto che alcuni elementi venissero ripetuti diverse volte. Tra questi elementi, le mani e la frase, pronunciata da Cecilia a Robbie, “Torna da me”. Sono due elementi particolarmente significativi, la cui potenza va ben oltre ciò che appare sullo schermo.

Anche se non ci facciamo caso, le mani sono uno strumento che usiamo spesso per comunicare. Non solo gesticoliamo, ma usiamo le mani per toccare e per respingere, per esprimere sentimenti.

Quando Cecilia e Robbie si ritrovano al caffè, poco prima che Robbie parta per la sua destinazione in guerra, è la mano di Cecilia a posarsi su quella di Robbie e a far capire che il suo affetto è ancora intatto. È una promessa inespressa a parole, ma dal significato chiarissimo: sono qui e ti amo.

Ma la potenza delle mani viene mostrata chiaramente nella scena in cui a Briony viene ordinato di tenere la mano di un soldato francese ferito gravemente, mentre lui passa attraverso i suoi ultimi minuti di vita. Chi ha sperimentato la morte di un amico o di un parente, magari gli è stato al capezzale fino all’ultimo momento, sa che in quel caso non ci sono parole, ma che comunichiamo l’unica cosa importante semplicemente tenendo una mano. Briony fa questo perché le è stato ordinato, ma ciò aumenta ancora di più la consapevolezza dell’enorme malefatta che ha commesso.

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Mani
Le mani hanno una parte importante nel film, su cui il regista Joe Wright insiste molto. Anche nell’ultima scenda in riva al mare, Robbie e Cecilia danzano tenendosi per mano.

È indicativa in questo senso la scena in cui Briony continua a lavarsi le mani, come se continuasse a percepirle sporche, e nel contempo la sua voce dice: “Non posso sfuggire a ciò che ho fatto”.

Sì, le mani parlano.

La frase “Torna da me” che Cecilia dice più volte a Robbie ha poi un significato più ampio delle parole da cui è composta.

La prima volta, quando Cecilia e Robbie si reincontrano prima che lui vada in guerra, è una sorta di promessa di rimanergli fedele. È come se gli dicesse: “Torna, e mi troverai qui ad attenderti e ad accoglierti”.

La seconda volta, quando Cecilia mormora questa frase alla lettera che sta spedendo a Robbie, è una speranza e un incoraggiamento: che Robbie sia forte e determinato a sufficienza da tornare, perché con lei è il suo posto.

La terza volta, quando Cecilia cerca di calmare Robbie dopo che l’ira nei confronti di Briony ha preso il sopravvento in lui, è invece il modo di lei per riportare lui a casa, per far sì che possa lasciarsi alle spalle le sofferenze dell’ingiustizia, le sofferenze della guerra e che possa finalmente trovare dove poggiare il capo e riposarsi. È un “Torna da me” estremamente personale e materno, che dice finalmente: “Sei a casa, sei al sicuro, perché io sono la tua casa”.

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“Torna da me”
Tra le occasioni in cui Cecilia ripete questa frase, la più struggente è forse l’ultima. Il furore verso Briony sta facendo uscire di senno Robbie e Cecilia interviene. Il suo richiamo è emotivo, non spaziale: Robbie fisicamente è già con lei, ma non lo è emotivamente, prigioniero della sua rabbia. Cecilia lo richiama a lei, gli chiede di poggiare il suo cuore non sull’ingiustizia subita ma sull’amore che nutre per lei e sulla certezza che da questo momento potranno recuperare la felicità che è stata loro rubata. Questo “Torna da me” parla all’anima, non al corpo. Da notare che il titolo francese del film (la Francia è paese coproduttore) è proprio Reviens-moi.

La verità

Espiazione potrebbe essere definito un film sui tanti volti della verità. Quella che crediamo di conoscere, quella che crediamo di dire, quella che usiamo per fare del bene anche se non è la verità.

Ma, soprattutto, è un film che ci interroga su ciò che vogliamo dalla vita e su ciò che siamo disposti a fare per ottenerlo.

Bonanni Silvia Bonanni

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