Ma il sequel è un buco nell’acqua
Non sempre il sequel di un film di successo si rivela altrettanto fortunato. Anzi, spesso i proseguimenti sono veri fiaschi. Analizzando Pitch Black e il suo sequel The Chronicles of Riddick scopriamo perché
Il business cinematografico si caratterizza per un alto grado di imprevedibilità e di rischio. Ogni grande successo sbandierato sulla stampa ha alle spalle (o, meglio, regge sulle proprie spalle) un numero ben più consistente di insuccessi e di progetti abortiti in fase di sviluppo, di realizzazione o addirittura di distribuzione.
Questo consistente rischio è ripagato o almeno dovrebbe esserlo dall’alta remuneratività di quei pochi titoli che giungono al successo, un successo che si cerca poi di prolungare ben oltre la sala; non solo attraverso gli ormai tradizionali canali della televisione e dell’home video, ma anche attraverso tutte le possibili estensioni del marchio legato al film, con videogiochi, gadget e quant’altro.
In questo panorama incerto e insidioso, relativo all'industria dell'intrattenimento, il compito dei produttori e dei mogul è naturalmente diminuire gli insuccessi e di contro aumentare i blockbuster.
Sulla carta la strada più sicura sembrerebbe quella di replicare ciò che ha dimostrato di incontrare i gusti del pubblico: ecco dunque che, oltre alle innumerevoli imitazioni, quasi tutti i film di successo generano uno o più sequel.
Molti di questi tentativi non riscuotono il successo preventivato, forse perché a volte non è facile capire dove risieda la fonte del successo del titolo originario.
Proviamo ad analizzare le ragioni del successo di Pitch Black (2000), una delle più belle sorprese della fantascienza degli ultimi anni, e del mancato exploit del suo ben più ricco sequel: The Chronicles of Riddick (2004).
Anche se il termine “naufragio” può suonare fuori luogo tra astronavi e pianeti lontani, a pensarci bene la trama di Pitch Black somiglia tanto alle storie ben più terrene di viaggi per mare, in cui le difficoltà e la convivenza forzata fanno emergere la vera natura e il vero spirito dei personaggi.
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| Occorre fare attenzione tra i personaggi del film: nessuno è come sembra |
Un’astronave è costretta ad un atterraggio di emergenza; è tanto difficoltoso… |
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| …che la bella pilota è tentata di sganciare il carico di passeggeri. |
Tra loro, un pericoloso criminale: Richard B. Riddick. |
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| Il variegato equipaggio scoprirà suo malgrado che quello che sembra un pianeta tranquillo… |
…nasconde in realtà terribili minacce. |
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| Servirà tutto lo spietato istinto di sopravvivenza di Riddick. | E anche la bella pilota sarà chiamata a trovare dentro di sé risorse nascoste. |
Ho parlato volutamente di mancato exploit e non di flop perché resta il fatto che The Chronicles of Riddick ha quantomeno coperto il suo consistente investimento produttivo (115 milioni di dollari incassati a fronte di un budget di 105), compensando un passaggio in sala non eccezionale con una buona prestazione in DVD; ciò ha fatto sì che si chiacchierasse di un possibile terzo capitolo della saga, seppur di budget più contenuto.
Riddick non è certo il più classico degli eroi positivi, per cui non ci aspettavamo certo la classica chiamata all’azione. Sta di fatto che Riddick sembra abbracciare la lotta ai Necromonger sin troppo per caso, un po’ tardi e con eccessiva riluttanza… Un eroe che all’azione preferisce le pantofole o una trama non ben congegnata?
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| Riddick sembrava al sicuro. Ma a giudicare dai cacciatori di taglie che ora si ritrova alle calcagna… |
…l’Imam deve aver rivelato il suo nascondiglio. Riddick non tarda a fargli visita… |
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| …su Elion Prime, pianeta su cui hanno messo gli occhi i Necromonger. |
Essi costituiscono una setta che vaga di pianeta in pianeta costringendo la popolazione a convertirsi. |
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| Secondo una profezia sarà un furyano ad uccidere Lord Marshal. |
Riddick è l’unico furyano superstite. |
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| Sembra però che le sue priorità siano altre: trovare la piccola Jack, che ora è cresciuta e cambiata. |
Ma il destino troverà il modo di costringere Riddick ad affrontare il suo compito… |
Siamo certamente lontani dall’eccellente ritorno economico del primo episodio (53 milioni incassati contro i 23 spesi), ma un rapporto di questo tipo tra spesa e resa è più abbordabile per un piccolo film che può sperare di diventare un cult piuttosto che per un colossal che rischia di rivelarsi un fiasco… E si sa: a cadere dall’alto ci si fa ben più male.
Il cinema è il luogo della visione per eccellenza. Lo scenario meno cinematografico in assoluto è dunque il buio totale, dove il piacere cinematografico per eccellenza ci è precluso. Non a caso il ricorso al buio totale è un caso limite, e molto raro, della cinematografia; per ricordare un esempio, si pensi alla scena di Manhattan in cui Woody Allen e Diane Keaton parlano nell’oscurità del planetario.
Volendo considerare la questione da un altro punto di vista, il buio è l’unico fotogramma a costo zero. Il vedo-non-vedo che conferisce a Pitch Black tanto fascino ha di certo contribuito a tagliarne i costi. Quando l’arte e l’industria si vengono incontro, abbiamo Hollywood nella forma migliore.

Sono sicuro che qualcuno trova sgradevole che si parli di cinema, la settima arte, in termini economici. Non è certo mia intenzione svilire la dimensione artistica o magica di ogni film, ma trovo allo stesso tempo necessario considerare la grande macchina del cinema nella sua interezza e complessità… per poi magari riscoprire con piacere, come in questo caso, che a volte non basta quadruplicare il budget per costruire un sicuro successo.
Nonostante The Chronicles of Riddick non sia, come a volte succede, la copia sbiadita, meno ispirata e realizzata con meno cura del primo film, di certo gli manca quella sorta di aura che ha fatto di Pitch Black un cult.

Sulle spalle di un gigante
Un film è già di per sé un peso consistente, ma le spalle di Riddick (e quelle di Vin Diesel) hanno fatto pensare ai produttori che potesse reggere il peso di un sequel. Riddick è in effetti un personaggio straordinariamente riuscito, e mentre le trame si possono costruire con sapienza artigianale, la vera magia di un racconto risiede nei personaggi, che come gli esseri umani sono unici e irripetibili.
Diciamo che si tratta semplicemente di due film diversi, ma questo è per l’appunto uno dei problemi connaturati all’idea stessa di sequel: se il seguito è troppo simile al capitolo precedente, rischierà di risultare una semplice copia; se, al contrario, cerca nuove strade, potrebbe non piacere agli affezionati... L’ideale della novità nella continuità è una strada spesso difficile da individuare e ancor più da perseguire.
Si tratta di due film diversi, dicevo, perché mentre Pitch Black è un piccolo film, chiuso e compatto, sotto le maestose scenografie di The Chronicles of Riddick non sembrano esserci fondamenta sufficientemente robuste.
La forza di Pitch Black risiede innanzitutto nel suo cuore drammaturgico: un’idea forte, sviluppata magistralmente in una sceneggiatura sostenuta da numerosissimi rimandi interni. Questa caratteristica vincente non è solo frutto di ispirazione, ma anche conseguenza di un buon mestiere: non è un caso che il regista abbia alle spalle una carriera più che dignitosa come sceneggiatore, avendo firmato (giusto per citare i tre titoli più noti) le sceneggiature di Soldato Jane (1997), Waterworld (1995) e Il Fuggitivo (1993).
Una storia con solide fondamenta
Pitch Black è la storia di un “naufragio” di gruppo, e in quanto tale non può che avere come centro tematico il conflitto tra solidarietà e istinto di sopravvivenza. Questo interrogativo morale, tutt’altro che scontato per un film che molti relegherebbero tra i b-movie di genere, è presente sin dalla scena iniziale e, come da manuale di sceneggiatura, torna nel finale a mettere alla prova l’effettiva maturazione dei personaggi.
Oltre al raffinato lavoro sulle fondamenta morali della storia, Pitch Black si distingue per un’azzeccata caratterizzazione dei personaggi. Il personaggio di Riddick (Vin Diesel) entra nella storia di soppiatto e tecnicamente non ne è il protagonista. La vera protagonista è Carolyn Fry (Radha Mitchell), comandante in seconda della nave che si ritrova a capo della spedizione in seguito alla morte del suo superiore nel corso dell’atterraggio di emergenza che apre il film. Al momento dell’atterraggio, è lei ad essere tentata di sganciare il pesante carico di passeggeri per aumentare le possibilità di portare a termine l’atterraggio. È sempre lei, nelle scene finali del film, ad essere chiamata a dimostrare di essere cambiata.
A rigor di termini, dunque, è lei la protagonista, in quanto personaggio investito della necessità di cambiare. Ciononostante, il personaggio che più risalta e che, non a caso, mette al regista e ai produttori la voglia di dare un seguito al film è Riddick, lo spietato criminale dal maschio carisma; egli ci conquista con i pochissimi spiragli di tenerezza mostrati nei confronti di Jack, che per la giovane età è il più indifeso tra i personaggi.
Anche i personaggi di contorno sono trattati in maniera originale e tutt’altro che approssimativa, e vanno a comporre un interessante campionario umano. In questo senso il film sembra far tesoro della lezione di un classico del cinema western, Ombre Rosse: il box “Ombre rosse e Pitch Black: la carovana nello spazio” ne ha parlato più in profondità.
Forse non si potrebbe immaginare per Pitch Black una parentela più lontana di quella con un film western del 1939; tuttavia, se si guarda alla sostanza della storia, questo film presenta diverse somiglianze con Ombre Rosse, uno tra i più classici del cinema western.
Entrambe le pellicole raccontano di un microcosmo viaggiante: la carovana nel caso del film di John Ford, l’astronave in Pitch Black. La diligenza, terrestre o spaziale che sia, è un luogo circoscritto in cui individui molto diversi si trovano gomito a gomito.
In entrambi i casi il gruppo si trova esposto a una minaccia esterna: quello che un tempo erano gli indiani, nella fantascienza sono gli esseri alieni; sia in Ombre Rosse sia in Pitch Black è essenziale per la salvezza il contributo di un fuorilegge: rispettivamente Ringo (interpretato da un John Wayne alle prime armi) e Riddick.
Se il fuorilegge è chiamato a mitigare il proprio individualismo con un po’ di compassione, gli altri più rispettabili passeggeri dovranno mettere da parte le loro riserve moraliste e fidarsi di lui, almeno un po’.


Un’altra parentela, ben più evidente, è quella con Alien, anche se forse sarebbe meglio parlare di una rispettosa filiazione. Quando si parla di mostri, suspense e personaggi che cadono a uno a uno, impossibile non citare il capolavoro di Ridley Scott, a sua volta capofila di una serie di sequel.
È perciò un film pieno di rimandi e di parentele e in questo senso al 100% postmoderno; ma non per questo è privo di elementi di distinzione, primo tra tutti il tema del buio.
Buio
La paura del buio, un po’ come l’istinto di sopravvivenza a cui accennavamo sopra, è un archetipo, un tema universale; in quanto tale costituisce una base narrativa molto solida, specialmente per un film di suspense.
Il tema del buio viene poi rinforzato, per contrasto o per assonanza, da una serie di rimandi interni.

Giochi di luce
Il buio in cui è immersa buona parte del film, risalta ancor di più dopo le scene d’apertura, inondate dalla luce dei tre soli che illuminano inizialmente il pianeta su cui i nostri si trovano a sbarcare. Funzionale in questo senso la fotografia che ne evidenzia il bagliore accecante e differenzia addirittura le diverse tonalità dei tre soli.
L’assonanza principale è incarnata dallo stesso Riddick, che è in tutti i sensi una creatura dell’oscurità. Segnato da anni di carcere di massima sicurezza, costretto dalla necessità di difendersi anche al buio a rivolgersi a quella chirurgia deviata che è un altro topos (luogo comune) di certa fantascienza, Riddick ha nell’oscurità il suo habitat ideale, quello in cui ha un vantaggio oggettivo nei confronti di chiunque. La sua particolare visione notturna viene riprodotta con numerose inquadrature in soggettiva che impiegano in modo piacevole e funzionale effetti speciali di buona fattura e ottima resa.
Questa sorta di superpotere è stato acquisito da Riddick chirurgicamente, un po’ come gli artigli di Wolverine; in tal senso è più democratico, ad esempio, dei poteri di Superman. È un potere acquisito non per nascita ma per intervento umano ed espiato attraverso la sofferenza. Proprio come gli artigli di Wolverine, è un potere che ha i suoi lati negativi, costringendo Riddick ad indossare occhialini protettivi e mettendolo in condizione di handicap in piena luce. Il tutto contribuisce a rendere Riddick più vicino allo spettatore, cosa che non guasta mai.
In Pitch Black la speciale vista di Riddick non è una semplice nota di colore; è anzi indispensabile per lo svolgimento della storia. Per dirla in altre, semplici, parole: Riddick è l’uomo giusto al posto giusto; ciò rende la sua presenza nella storia necessaria, come dovrebbe potersi dire di ciascun personaggio di una storia. Purtroppo ciò si verifica solamente per il primo dei due capitoli della saga delle gesta di Riddick.
In The Chronicles of Riddick, dal momento che non è più la sua speciale vista notturna a rendere Riddick l’unico protagonista possibile, si cerca di ricreare una certa sua aderenza alla storia facendo riferimento alle sue origini furyane (ecco che un potere acquisito con sofferenza viene sostituito da un banale diritto di nascita). Secondo una profezia sarà infatti un furyano a uccidere Lord Marshal, leader dei Necromonger; questi sono una comunità nomade di eletti che vagano per l’universo con lo scopo di fare proseliti e che uccidono chiunque non si pieghi alla loro oscura fede.

A volte ritornano
Il buio e la luce, al centro del primo film, in The Chronicles of Riddick passano in secondo piano, fatta salva una scena deliziosa: in fuga dal pianeta Crematory, Riddick e i suoi compagni di avventura devono guardarsi dai raggi di un sole particolarmente vicino e dunque letale. Si ribalta così, con superba ironia, lo schema simbolico del primo film, dove la luce rappresentava un rifugio e il buio nascondeva mille insidie.
Peccato che queste origini furyane non avessero proprio alcun peso nel primo film, mentre ora, guarda un po’ che caso, divengono centrali.
Accorgimenti di questo tipo non possono che suonare posticci, quasi delle mancanze di rispetto nei confronti del pubblico, che si vede cambiare le carte in tavola da un capitolo all’altro della saga. Ciò dimostra un’evidente discontinuità nel concepimento delle due opere, che non nascono da un disegno unitario o da un ciclo di opere letterarie preesistenti, ma da un’opportunità commerciale.

L’importante è l’origine
Nel primo film, l’essere furyano per Riddick non era importante: nel secondo, sì.
Ad ogni modo, anche laddove la scrittura del sequel avvenga in un secondo momento, va preservata quella che a mio avviso è tra le caratteristiche imprescindibili di ogni racconto seriale: la coerenza interna.
Inventare antefatti a posteriori ricorda invece i primi tentativi dei bambini di formulare storie complesse: di fronte ad uno snodo problematico, ricorrono a fantasiosi pregressi formulati su misura secondo la necessità del momento.
Il piacere della narrazione risiede piuttosto nell’incamerare informazioni che solo molti minuti, o molte pagine, più avanti riveleranno la loro centrale importanza (gli sceneggiatori parlano di semina e di raccolta). Questa percezione di coesione e di interconnessione soddisfa il nostro bisogno di senso e di coerenza interna. Se infatti è difficile trovare senso e coerenza nel mondo, lo spazio della narrazione è proprio quello che da questo punto di vista può offrirci consolazione.
Archetipo contro stereotipo
Come abbiamo visto, sia Pitch Black sia The Chronicles of Riddick fanno ricorso ad elementi noti. In entrambi i titoli abbondano le citazioni di specifiche opere o più semplicemente aderenze agli stilemi del genere fantascientifico.
Tuttavia, mentre Pitch Black recupera concetti chiave del nostro essere uomini (archetipi), The Chronicles of Riddick si limita a riprodurre la liturgia del genere epico in salsa fantascientifica (stereotipo).
La maggior carica di novità di Pitch Black, sostenuta da una scrittura compatta e da un progetto produttivo astuto, ha saputo farne un piccolo grande successo. Al contrario, The Chronicles of Riddick è risultato in tutti i sensi “posticcio”, un’appendice non affatto necessaria e si propone quale ottimo esempio di come un budget faraonico non sia sufficiente per sfornare un buon film.
Prima di tutto, gli spettatori hanno bisogno di storie che abbiano un senso.
All’autore di Pitch Black resta un merito, al di là del successo o del fiasco del seguito: l’aver creato un fantastico personaggio e un mondo affascinante. Sono queste le condizioni necessarie, ma ahimè non sempre sufficienti, per la serializzazione. Ad ogni modo tutto ciò ha consentito al marchio Pitch Black di espandersi oltre la sala cinematografica. Due sono le sue principali emanazioni:
- Dark Fury: un cortometraggio animato distribuito direttamente in DVD, realizzato da Peter Chung (l’autore di Animatrix, appendice animata della saga di Matrix)
- Escape from Butcher Bay: videogame pubblicato nel 2004 per Xbox e PC. È stato annunciato un remake per Xbox360 e Playstation3 con il titolo di Assault on Dark Athena.
Nel frattempo, le voci su un possibile terzo capitolo cinematografico della saga continuano a circolare, sostenute dalle speranze dei molti appassionati.





















