Questo è stato uno dei pochi film che mi hanno lasciato a lungo (almeno fino a metà film) con un dubbio: ma è un capolavoro o una bufala colossale? E ancora oggi, a un anno e mezzo dall’uscita nelle sale, non sono sicuro della mia idea.
Se tento un’analisi razionale degli elementi che costituiscono il film, giungo senz’altro alla conclusione che si tratta di una bufala. Però… Però c’è qualcosa che mi dice che c’è dell’altro, qualcosa che mi prende alla pancia e non mi lascia tranquillo. Indubbiamente è un film indigesto. Alla fine mi devo arrendere: sì, il film mi piace, e mi piace anche perché a volte sembra troppo stupido e dissacratore.
La trama
Borat Sagdiyev è un giornalista kazako che viene inviato negli Stati Uniti per realizzare uno “studio culturale sull’America a beneficio della gloriosa nazione del Kazakistan”. Arrivato negli USA, Borat Sagdiyev si scontra con le diversità culturali tra la sua terra e il faro della cività occidentale.

Quello che è appena sceso dai monti
Uno dei registri più semplici del film è quello che si basa sull’incapacità di uno sprovveduto kazako di utilizzare propriamente gli oggetti occidentali. In albergo, Borat equivoca sulla funzione del water e non sa come cambiare canale della TV. Questo è il modo più semplice di suscitare la risata, che spesso nel film è unito a una certo gusto per il… disgusto.
I ruspanti modi di Borat provocano sconcerto e indignazione tra le persone che egli incontra durante la sua missione, missione che oltretutto corre il rischio di affondare quando Borat (dopo aver visto nella TV dell’albergo una vecchia puntata di Baywatch) si innamora perdutamente e irrimediabilmente di Pamela Anderson e decide di raggiungere Hollywood per conoscere e sposare quella vergine così bella e brava.

Un amore televisivo
Borat si innamora perdutamente di Pamela Anderson guardando una vecchia puntata di Baywatch “Questa CJ non era come tutte le donne kazake che io aveva visto. Non sembrava tanto forte da sgargarozzare un uomo uzbeko, e aveva culo piccolo piccolo come agnellino appena sgravato”.
Il tragitto che lo porta da New York a Hollywood, percorso su gomma e non mediante aerei o treni, è il pretesto per accentuare lo scontro di culture. Fino al finale, che non cito per non togliere la sorpresa a chi ancora non ha visto il film.

Davvero una donna ha scritto un libro? Incredibile!
In un incontro con le veterane d’America per sapere che cos’è il femminismo, Borat afferma che non è un problema di istruzione: uno scienziato del suo paese ha dimostrato che le donne hanno il cervello più piccolo degli uomini e che è grande come quello di uno scoiattolo.
Ciò che realmente succede
Se apparentemente il filo conduttore del film è lo scontro tra due culture diversissime (a questo proposito, una delle scene da pisciarsi sotto è quella in cui Borat va a lezioni di buone maniere per non sfigurare nelle occasioni mondane americane), in realtà ciò che viene preso di mira sono le piccole grandi ipocrisie, sia quelle specificamente americane sia quelle comuni alla civiltà occidentale.


Donne e motori
Al momento di acquistare un’auto per raggiungere Pamela Anderson, Borat chiede una macchina “con calamita per fica” e il venditore gli propone un Hammer, “perché le donne adorano gli Hammer”. Sembra proprio l’auto giusta, perché garantisce ottime probabilità (oltre che di cuccare) che se investe uno zingaro questo muoia. Davanti al prezzo molto al di là delle possibilità di Borat, non resta però che ripiegare su uno strano automezzo, usato e senza alcuna garanzia.
Nel film, ce n’è davvero per tutti: le donne, gli omosessuali, il politicamente corretto, gli ebrei, i neri, i disabili, la nudità maschile, la masturbazione e chi più ne ha più ne metta. Borat è un carro armato inarrestabile che fa fuoco su qualunque cosa che gli capita a tiro.

Non ho nulla contro i froci
Il giornalista si imbatte in un corteo Gay Pride, che scambia per spettacolo folcloristico. Apprezza la facilità con cui è possibile fare amicizia con queste persone, ma “il suo buco di dietro” ne ha pagato le conseguenze. L’atteggiamento di Borat verso il sesso è apparentemente strano: lo accetta come naturale e non ha preclusione verso alcun tipo di esperienza, ma sembra non apprezzare gli omosessuali. È un riferimento non troppo velato a chi in pubblico ostenta condanne verso orientamenti sessuali definiti devianti, ma in privato fa quello che gli pare.
La tecnica di fuoco è però particolare. Non succede praticamente mai che Borat prenda posizione contro qualcosa. Tutt’al più può mostrarsi sorpreso delle usanze occidentali o, più spesso, può scandalizzare con il suo comportamento o con le sue opinioni.


Morta una moglie, se ne fa un’altra
Molti uomini non amano la propria moglie, ma in genere mantengono una facciata di convenienza (a parte un mio ex collega, che si riferiva sempre a sua moglie come alla “iena”). In albergo, Borat è raggiunto dalla notizia che sua moglie, in Kazakistan, è stata aggredita da un orso, che l’ha violentata e fatta a pezzi. Borat non si fa problemi di contegno e festeggia con l’addetto dell’albergo la splendida notizia.
Ma soprattutto ciò che graffia non sono tanto le battute, quanto le situazioni. Sentire Borat che al rodeo (uno dei riti pagani della cultura degli stati più conservatori degli USA) canta l’inno del Kazakistan sulla musica dell’inno americano fa certamente impressione. Immaginiamo che impressione abbia fatto al pubblico statunitense, per il quale l’inno, come la bandiera, è sacro. Davanti a una situazione come questa, allo spettatore scappa inevitabilmente da ridere, perché è un gioco dell’assurdo troppo sopra le righe: la visione di Borat che in mezzo alla pista e con il microfono in mano si produce nella sua esibizione, in mezzo alle migliaia di spettatori americani increduli e sempre più arrabbiati, è certamente surreale.

I valori del popolo americano
Una delle scene più surreali del film vede Borat Sagdiyev cantare il proprio inno nazionale sulla melodia di quello americano, scatenando le proteste degli spettatori del rodeo che inizialmente erano bendisposti verso di lui. Borat si era infatti presentato dicendo che il suo paese sosteneva gli USA e i ragazzi americani nella guerra in Iran; quando poi ha proseguito sostenendo che avrebbero dovuto ammazzare ogni uomo, donna o bambino e che tutto il paese sarebbe dovuto diventare un immenso deserto, i dubbi sono iniziati a serpeggiare tra gli spettatori. Può essere bollata come una battuta di dubbio gusto, ma non può non far riflettere sull’ipocrisia e sulla mendacità di concetti come “guerra chirurgica” o “guerra umana”. Non c’è nulla di umano nella guerra e, se la si accetta, occorre accettare anche l’inevitabile corollario che porta con sé: l’importante è vincere e distruggere il nemico.
Così com’è surreale la scena di Borat e del suo manager che si rincorrono nudi nell’albergo o quella in cui tentano di passare la notte in una casa che scoprono essere di proprietà di una coppia ebrea, coppia che ovviamente, secondo l’idea di Borat, vuole ucciderli. A proposito della scena della casa ebrea: ha un seguito alla Michael Moore, poiché per difendersi dall’ebreo malvagio Borat cerca di acquistare un pistolone, ma poiché non è americano deve ripiegare su un orso da guardia.


Gli ebrei sono una minaccia
La cultura del pregiudizio e del sospetto è ben rappresentata nel film dalla prevenzione che Borat ha verso gli ebrei. Quando sa che i padroni della casa di cui hanno affittato una stanza per la notte sono ebrei, si convince immediatamente che lo uccideranno ed è certo che il cibo offerto sia avvelenato. Appena potrà, scapperà via e cercherà di procurarsi una pistola. Non essendo americano, non ne può acquistare una, perciò ripiega
su un animale da difesa: un orso.
Ma la particolarità del film non sta solo nelle opinioni espresse: sta anche nel fatto che fa vedere e in modo più o meno esplicito cose che di solito sono sottintese. Per esempio, ho accennato prima alla nudità maschile e alla masturbazione: si tratta di scene forti, che vengono utilizzate proprio per colpire lo spettatore, provocandone una reazione di allontanamento.

Un colpo di sesso negli occhi dello spettatore
Sacha Baron Cohen (soggettista, oltre che interprete principale) e Larry Charles (regista) si divertono a sbattere sulla faccia degli spettatori le immagini che più possono provocare un’istintiva repulsione. Non perché siano violente o splatter, ma perché vanno a toccare proprio i nervi del comune senso del pudore.
Attenzione! il filmato contiene immagini che possono turbare o essere ritenute sconvenienti
Cavolate!
Già, perché la reazione più comune di fronte a provocazioni tanto audaci e sguaiate è quella di definire il film una vera cavolata, pieno di effetti che colpiscono ma povero di contenuti. Torniamo così alla domanda originaria: è un capolavoro o una bufala?

Va bene per i bambini. Per gli adulti no
Borat intervista Bob Barr, un ex membro del Congresso della Georgia. Secondo la tradizione kazaka, offre all’uomo politico del formaggio, spiegandogli che l’ha fatto sua moglie. Dopo che Barr l’ha assaggiato, Borat specifica che sua moglie l’ha fatto “con latte di sua tetta”
Sono stato incapace di darmi una risposta fino alla scena in cui Borat chiede un passaggio a un camper in cui si trova un gruppetto di studenti in vacanza. Complice qualche birra, la discussione si fa esistenziale e i ragazzi arrivano ad ammettere che “le donne non meritano il nostro rispetto”, che questa nazione “avrebbe bisogno di schiavi” e che “in realtà le minoranze hanno più potere dei veri americani”. Ora, queste affermazioni da ubriachi avrebbero pututo semplicemente provocarmi l’ennesima crisi di riso, tuttavia non ho potuto fare a meno di notare che uno spirito del genere è straordinariamente simile a quello del Woody Allen di tanti anni fa.

Un vero americano
Quando Borat si fa dare un passaggio da alcuni studenti che viaggiano in camper, il tono del film si fa ancora più tagliente. Tra scherzi e lazzi, l’animo maschilista, razzista e schiavista di un certo tipo di America viene fuori. Sinceramente, davanti al vuoto umano qui rappresentato (anche se ovviamente totalmente sopra le righe), passa la voglia di ridere.
Con una differenza sostanziale, però: mentre Woody Allen diceva le cose più assurde ma faceva ben capire che stava semplicemente giocando all’intellettuale, Borat lascia tutti nel dubbio che sia veramente un cretino. E questo, dal mio punto di vista, è un segno di grandezza.
Sembra infatti che Sacha Baron Cohen (che non solo interpreta il personaggio principale, ma ha anche scritto il soggetto del film) abbia fatto di tutto per svincolarsi da qualunque possibilità di essere preso per un predicatore o per un docente e abbia consegnato tutta la responsabilità allo spettatore. Insomma, è come se avesse detto: “Questo è il mio materiale: se riesci a vederci un senso, buon per te; altrimenti, fatti solo una risata”.
Ci sono un po’ di indizi che mi fanno propendere per il capolavoro anziché per la bufala. Innanzi tutto, il tipo di umorismo; è il classico umorismo ebreo (alla Woody Allen, appunto), capace di ridere di sé stesso; è Sacha Baron Cohen è effettivamente ebreo. Poi il fatto che alla seconda visione tutte le battute e le situazioni paradossali si compongono in un quadro d’insieme che ne evidenzia l’unicità di intenti; in altre parole, ciò che all’inizio può sembrare solo una lunga sequenza di battute e situazioni divertenti, paradossali, ributtanti e surreali, è in realtà un progetto ben definito, con uno scopo che per scelta dell’autore non è evidente. Infine, il fatto che questo film regge benissimo il paragone con un altro tipo di spettacolo dei tempi andati; nel medioevo, l’unica persona che aveva la libertà di parlare male del signore del castello era il buffone di corte; ovviamente non doveva prenderlo in giro apertamente, ma attraverso metafore e fingendo di parlare d’altro, mentre lo faceva divertire con pernacchie e scorregge.

Una fede matura
Borat prende in giro anche una fede in Gesù mistica ma praticona. Accetta di diventare amico di Gesù durante un raduno di una delle tante chiese americane di ispirazione cristiana, con una sorta di rito da Blues Brothers.
La grande comicità (anche in tempi molto più recenti) nasce proprio dall’impossibilità di dire le cose chiaramente e dal ripiegare perciò su un messaggio spesso greve e ridanciano, che fa tuttavia vedere in controluce la sua vera natura. Solo a coloro che la vogliono osservare, però.
D’accordo. Ma qual è il messaggio?
A questo punto è impossibile non chiedersi quale sia questo misterioso messaggio che il film conterrebbe. Be’, devo ammettere che a questo riguardo non ho certezze: ciò che ho colto io può essere cosa completamente diversa da ciò che intendeva l’autore o che altri spettatori possono aver colto.
Tuttavia, mi sbilancio. Il tema conduttore del film può a mio parere essere riassunto nella frase Non ti prendere troppo sul serio. Borat fa di tutto per mettere in imbarazzo o addirittura screditare tutto ciò che fa bon ton, tutto ciò che fa status sociale, tutto ciò che fa convenzione o pregiudizio.
La vera chiave di lettura è però il finale. Mantenendo la determinazione a non svelarlo, non posso parlarne apertamente, ma chi l’ha già visto non può non aver notato che, pur inserendosi perfettamente nel solco della vecchia Hollywood, esso premia non la persona più bella, non quella più buona ma la meno aderente alle convenzioni sociali.

Ora gli ebrei possono stare tranquilli. I cristiani invece no
Alla fine del film, Borat Sagdiyev rassicura però gli spettatori: ora nel suo paese hanno capito che maltrattare gli ebrei è cosa crudele. Perciò ora li lasciano in pace e usano i cristiani.
Per dirla con le parole di Borat: “Io ha imparato che se tu va cacciando sogno, e specie uno dove c’è seni di plastica, puoi perdere bellezza vera che è davanti a tuoi occhi”.
Borat Sagdiyev.
Sacha Baron Cohen ha usato spesso la sua frequentazione con le TV per promuovere il film, che al suo esordio negli USA ha bruciato Fahrenheit 9/11, pur senza un elevato numero di copie. Il film è stato premiato al Toronto International Film Festival del 2006.
Il titolo completo italiano Borat: studio culturale sull’America a beneficio della gloriosa nazione del Kazakistan sacrifica le sgrammaticature che contraddistinguono quello originale e che sono distribuite per tutto il film.
Pur se Sacha Baron Cohen usa il razzismo, l’antisemitismo, il maschilismo e tutta una serie di altri “ismi” per irridere soprattutto le tendenze nascoste dietro una facciata di perbenismo, molti si sono sentiti offesi dal film. La posizione contro gli ebrei di Borat, ha dato fastidio a molti, nonostante Sacha Baron Cohen non faccia mistero di essere lui stesso ebreo.



