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L'incredibile Hulk
La storia di Hulk viene da lontano: precisamente dalla vicenda del Dottor Jackyll e di Mr. Hyde, o da quella di Dorian Gray e del suo ritratto.
Insomma, la storia del Dottor Bruce Banner e del suo alter ego mostruoso chiamato Hulk discende direttamente dalla letteratura del doppio, quella corrente letteraria sviluppatasi soprattutto in Inghilterra nell’Ottocento e nota come split personality.
Gli esempi citati sono chiari: da una parte c’è la razionalità e il perbenismo, dall’altra l’emotività e gli impulsi primordiali.
Quando Stan Lee creò il personaggio di Hulk, nel 1962, era chiaro che stava attingendo a piene mani dalla letteratura del doppio. Ben presto, però, il personaggio superò le intenzioni dell’autore, arricchendosi di significati che probabilmente erano già nelle corde di Stan Lee, ma che non erano stati ancora pienamente esplicitati.
La natura bestiale di Hulk, quella che avrebbe dovuto rappresentare il dominio dell’istinto sulla ragione, si trasformò ben presto nella rappresentazione della condizione pacifica dell’uomo: di quell’uomo che basta a sé stesso, che non cerca profitto, che non aggredisce se non per difesa. E che, amaramente, proprio per queste sue caratteristiche è perseguitato da coloro che si reputano civili e che invece bramano solo di sfruttare gli altri per il proprio tornaconto. Ne consegue una profonda solitudine, sia fisica sia emotiva. Questo è in realtà un tema caro a Stan Lee: molti dei suoi personaggi ne sono letteralmente imbevuti, a partire proprio da Hulk e dal suo omologo galattico Silver Surfer.

Momenti di intensa solitudine
Quando Bruce Banner e Betty Ross si ritrovano, natura vuole che si abbandonino a un momento di tenerezza. Ma non possono andare fino in fondo: l’eccitazione di Bruce potrebbe provocare la trasformazione in Hulk. Questa è la maledizione di Bruce: non solo non può arrabbiarsi, ma neppure può lasciarsi andare all’amore per la sua donna. È il punto massimo della solitudine.
In primo piano è visibile l’orologio di Bruce,
che conta anche i suoi battiti cardiaci.
Ecco, uno dei punti di forza del film è il fatto che riesce a riproporre con sufficiente efficacia le due rotaie principali del binario narrativo originale: il costante tentativo di Bruce Banner di dominare gli impulsi emotivi e la solitudine cui Hulk è condannato a causa della paura che gli uomini hanno del diverso e (nonostante essa) del loro tentativo di dominarlo per sfruttarlo.
Il film, soprattutto nel finale, deve ovviamente concedere qualcosa a Hollywood. Hulk che quasi si sacrifica per proteggere New York (simbolo di tutto ciò che non lo accetta) non è altro che il solito drammone americano. Tuttavia il film non è solo effetti speciali e scene di maniera. A questo proposito, la figura di Emil Blonsky (interpretato da un superbo Tim Roth), un soldato impregnato fino al midollo di spirito militare, è una delle cose migliori dell’opera: è l’antitesi dell’uomo che pacificamente basta a sé stesso, è colui che vuole costantemente primeggiare e che vuole raggiungere questo obiettivo semplicemente distruggendo fisicamente ogni altro concorrente.

Con lo spirito del fumetto
A differenza del primo film, questa seconda pellicola è piuttosto aderente allo spirito del fumetto, anche se alcune differenze sono inevitabili. Abominio è in effetti uno dei nemici di Hulk, anche se nel fumetto ha fatto la sua comparsa
molto tempo dopo la nascita del gigante verde.
Due ore di divertimento e di effetti speciali che lasciano però un retrogusto apprezzabile da chi ama i film di contenuti, anche se questi solo suggeriti e mai analizzati.
| L'incredibile Hulk Regia: Louis Leterrier Interpreti: Edward Norton, Liv Tyler, Tim Roth, William Hurt, Tim Blake Nelson, Ty Burrell, Lou Ferrigno Il film sarà disponibile dal 22 ottobre 2008 in tre edizioni (un DVD, due DVD e Blu-ray) arricchita da corposi contenuti speciali ed impreziosita dall’applicazione U-Control e le funzioni interattive BD-Live, marchio distintivo della Universal. |
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Sydney White
L’idea di base è semplice: prendiamo Biancaneve e i sette nani e La rivincita dei nerds, frulliamo bene e serviamo.
Detta così, non si può pensare ad altro che a un’immensa puttanata (ci si passi il termine tecnico). In realtà il film è onesto: non nasconde le sue origini (anzi, le dichiara apertamente) né vuol far credere di essere chissà quale capolavoro di letteratura cinematografica. Ciò che invece promette e mantiene sono quasi due ore di commedia gradevole, fatta apposta per passare una serata rilassante. Come consuetudine di
, non scendiamo nei dettagli della trama (potete trovarla su uno qualunque dei numerosissimi siti che parlano di novità cinematografiche), ma ci soffermiamo su alcuni aspetti che permettono di gustare meglio la pellicola.
Innanzi tutto occorre sottolineare che non bisogna accostarsi a questo film aspettandosi un intreccio originale o un’esplorazione di situazioni o sentimenti particolari. Tutto è già visto. Davvero, non c’è nulla di nuovo.
Una volta però accettato questo limite, siamo però nella situazione ideale per goderci le piccole trovate che punteggiano il film: la presidentessa della confraternita che regge il ruolo di moderna strega cattiva e ogni giorno interroga il sito web per sapere chi è la più bella del campus, i sette sfigati che aiutano Sydney White (anziché the seven dwarves abbiamo qui the seven dorks) e le innumerevoli rivisitazioni di situazioni tratte dalle storie cui esplicitamente si rifà. In effetti, il film associa a un’ambientazione da Biancaneve, la trama della Rivincita dei nerds: il gruppo di reietti che vive in una casa diroccata deve lottare per la sua sopravvivenza e per riuscire a farsi accettare dagli studenti del college.

Alla fine i buoni vincono sempre
Come molti altri film, anche Sydney White si basa sul lento processo che parte dall’emarginazione degli sfigati, che passa dal riconoscimento che anche loro hanno diritto a esistere e che infine arriva al pieno riconoscimento delle loro qualità (che, tra l’altro, consentono loro di guadagnare un mucchio di bei dollaroni e di conquistare le ragazze più belle). OK, è una favola già vista, ma il film lo dichiara apertamente. Nell’immagine, il momento topico di quando i sette nanetti moderni vengono svergognati
alla festa delle matricole: da qui partirà la loro riscossa.
La critica non è stata tenera con questo film, che è stato reputato piuttosto banale. Crediamo tuttavia che le attese dello spettatore giochino un ruolo importante nella valutazione dell’opera e che questa debba essere valutata per ciò che realmente è: una storia semplice recitata in modo decente, nulla di più. Dichiaratamente, il film si rivolge ai ragazzi, anche se negli USA è vietato ai minori di 13 anni a causa di alcune allusioni sessuali; ma in Italia i ragazzi sono abituati a qualcosa di molto più esplicito e quanto (non) si vede non disturba proprio nessuno.
| Sydney White Nazione: USA Anno: 2007 Regista: Joe Nussbaum Attori: Amanda Bynes, Sara Paxton, Matt Long Lingue audio: italiano, inglese, spagnolo Sottotitoli: Durata: 102 minuti Audio: 5.1 Surround Area DVD: 2 Colori In vendita dal 22 ottobre |
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La grande guerra
È sempre un grande piacere e un grande dolore recensire prodotti come questo. Un grande piacere perché è la dimostrazione pratica che è possibile spiegare la storia in modo accattivante e un grande dolore perché purtroppo sappiamo che il sistema scolastico italiano è lontanissimo da questi criteri di insegnamento. Ancora litighiamo per i libri di testo e non prendiamo neppure in considerazione l’uso di strumenti audiovideo. Tutto è lasciato alla buona volontà dei singoli docenti.
I motivi che ci spingono a giudicare positivamente questo cofanetto sono molti. Innanzi tutto, la qualità dei filmati è eccellente (per quanto permesso dallo stato di conservazione dei film, che comunque hanno subito una pulizia notevole): la voce narrante è di professionalità elevata, i testi sono ben scritti e mantengono alta l’attenzione, l’alternanza di filmati e di animazioni permette di seguire sempre la vicenda senza cali d’interesse. Ci piace poi segnalare anche il montaggio, che è sempre preciso e che usa sapientemente immagini di per sé poco significative per supportare invece parti che si basano soprattutto sulla narrazione. Ciò è testimonianza di un grande lavoro di ricerca e di documentazione.

Tanti morti, non solo europei
Contrariamente a quanto si pensa comunemente, la prima guerra mondiale fu davvero un conflitto globale. Oltre alla Russia, agli USA e al Giappone, molte nazioni dell’America latina (ma anche Siam e Liberia) approfittarono del conflitto per regolare i conti con la Germania e con l’impero austro-ungarico.
Ci piace segnalare inoltre che i tre DVD di cui è composto il cofanetto ripercorrono la prima guerra mondiale dall’inizio alla fine senza limitarsi alle vicende strettamente militari. Al contrario dipingono un affresco che offre allo spettatore una panoramica delle implicazioni politiche e sociali, spesso conseguenze o cause dei fatti militari.
Ognuno dei tre DVD è corredato da un proprio opuscolo che compendia i dati principali del periodo trattato. Ma ancora più interessanti sono i materiali contenuti nella traccia ROM del DVD. Si tratta in gran parte di documenti in PDF che descrivono sia protagonisti militari e politici degli anni della prima guerra mondiale sia delle armi utilizzati nel conflitto.
È davvero tutto quanto occorre per stimolare gli studenti all’approfondimento e alla realizzazione di tesine, affinché possano integrare e approfondire in modo personale ciò che apprendono.
| La grande guerra Durata complessiva: 300 minuti circa Codice area: tutte Formato audio: Stereo Formato video: PAL 4:3 Audio e sottotitoli: italiano Prezzo: € 36.90 |
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Il diario di un curato di campagna
Rivedere certi film provoca strane sensazioni. Alcune nascono proprio come sensazioni fisiche: il bianco e nero è ormai un linguaggio desueto, che possiamo semmai accettare in un documentario storico, e che immediatamente provoca il rifiuto del lasciarsi risucchiare dal vecchiume.

Contenuti extra
Il DVD è arricchito da una scheda critica di Claudio Giorgio Fava (nella foto tratta dal DVD) e da una di Pino Farinotti. Questi contributi aiutano a comprendere meglio sia lo spirito del film sia il lavoro del regista, Robert Bresson, soprattutto alla luce del testo di Georges Bernanos, da cui il film è tratto.
Ma se si accetta il rischio, ci si accorge che questo bianco e nero non è un bianco e nero qualunque. È un bianco e nero perfetto. Linguaggio desueto, certo: ma ha la classe (giusto per rimanere sul paragone linguistico) dei grandi oratori latini, che in tre parole creano un universo.
E poi: il contenuto… Un prete in Francia! Oggi è più probabile trovare un prete in Cina anziché dai nostri cugini transalpini. E l’insistere sui grandi temi umani: la vita e la morte, la fratellanza, la condivisione, la fede e il peccato… che cosa c’è di più sorpassato?

Premiato a Venezia
La solidità della storia e la perfezione della regia valsero al film il Gran premio del Festival 1951 - Grand prix du cinéma français. Ambientato nella Francia del 1920, il film racconta il tentativo di un pretino di farsi accettare dagli abitanti del villaggio rurale cui è stato destinato e, nel contempo, di risvegliare in loro i valori cristiani che egli sente come verità universale. Fallirà entrambi i suoi obiettivi.
La pellicola è tratta dal romanzo omonimo di Georges Bernanos, scrittore dichiaratamente cattolico, ed è uno dei grandi esempi di cinema religioso che possono tranquillamente uscire dalle sale parrocchiali per riscuotere successo presso il vasto pubblico, come in effetti è successo. Il fatto che si limiti a raccontare una storia e non tenti di imporre alcuna verità di fede lo rende infatti apprezzabile da tutti coloro che amano le storie con un senso, a prescindere dall’aspetto religioso.
È un film da duri, questo. Perché ci vuole coraggio per accettare la sfida. Ma se la si accoglie, non si può evitare di restare ancora una volta affascinati dalla storia di questo pretino malaticcio che apparentemente fallisce completamente nella sua missione di pastore d’anime ma che, nonostante ciò, sente di non aver smarrito la compagnia di Dio e che muore riconoscendo che “tutto è grazia”.
Il film è del 1951, ma è basato su un libro degli anni Trenta: è riservato a chi ama il grande cinema e le grandi storie.
| Il diario di un curato di campagna Nazione: Francia Anno: 1951 Regista: Robert Bresson Attori: Claude Laydu, Lèon Arvel, Antoine Belpetré, Jean Danet, Nicole Ladmiral, Jean Riveyre, Nicole Maurey, André Guibert, Martine Lemaire Lingue audio: italiano, francese Sottotitoli: italiano, italiano per non udenti Durata: 115 minuti Area DVD: 2 Bianco e nero |
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