La lunga mano dell'odio
Gli scontri avvenuti alcuni mesi fa nelle periferie parigine erano stati annunciati nel 1995 dal film L’odio, che presentiamo in queste pagine. Un’insegnante francese spiega che cosa sono le banlieues
L’odio non può scacciare l’odio: solo l’amore può farlo.
L’odio moltiplica l’odio,
la violenza moltiplica la violenza,
la durezza moltiplica la durezza,
in una spirale discendente di distruzione”.
Martin Luther King
Martin Luther King scriveva queste parole pochi mesi prima che, su un balcone del Lorraine Motel di Memphis, venisse assassinato a colpi d’arma da fuoco.
Sono parole dal sapore profetico, che descrivono con drammatico realismo quello che accade all’interno di tutte le società in cui a farla da padrone sono razzismo, rabbia e intolleranza. Paradigma di queste sconcertanti realtà sono le banlieues: periferie parigine da alcuni anni protagoniste di tragici episodi di cronaca nera.
La realtà delle banlieues è raccontata con sconvolgente crudezza nel film L’odio (La haine) di Mathieu Kassovitz, uscito nelle sale nel 1995; molto prima che gli scontri (definibili “scontri di civiltà”) fossero raccontati dai mass media di tutto il globo. La pellicola racconta la vita di tre giovani abitanti di questi quartieri difficili (in particolare di Les Muguets); tra bande, droga, violenza e scontri con le forze dell’ordine. La narrazione segue i tre protagonisti per un’intera giornata, il giorno dopo un episodio di guerriglia urbana tra bande e polizia.

La rabbia e la violenza
Al termine degli scontri con le forze dell’ordine uno dei giovani protagonisti trova a terra una pistola. Vincent (un intenso Vincent Cassel) giura di uccidere un poliziotto nel caso che Abdel muoia. I dialoghi tra i giovani mentre impugnano l’arma sono agghiaccianti: in questa situazione i tre esternano tutta la loro rabbia e la loro frustrazione. Nel filmato viene approfondito il tema del linguaggio scelto nella pellicola; che contribuisce ancora meglio a delineare il disagio sociale dei protagonisti.
A scatenare la rivolta, nella finzione, è il pestaggio del sedicenne Abdel Ichah da parte delle forze dell’ordine. La tragica esperienza del giovane, caduto in coma dopo le violenze, fa da sottofondo all’intero film ed influenza scelte e destini dei protagonisti.

Il pestaggio
del giovane Abdel
Gli episodi di guerriglia urbana descritti nel film sono provocati dal pestaggio subito dal sedicenne Abdel Ichah durante un interrogatorio. Sembra che per la figura di Abdel (che nel film appare solamente in questo fotogramma), Kassovitz si sia ispirato al diciassettenne zairese Makomé M’Bowole, deceduto il 6 aprile 1993 dopo un pestaggio da parte delle forze dell’ordine francesi.
Molto probabilmente Kassovitz pensò questa storia dopo un’analoga vicenda dell’aprile del 1993, in cui rimase ucciso il diciassettenne Makomé M’Bowle durante un interrogatorio alla stazione di polizia “Grandes Carrières” nel diciottesimo arrondissement di Parigi. Di quel tragico evento rimane traccia in un rapporto della Commissione dei diritti umani delle Nazioni Unite. Qui di seguito riportiamo, testuali, le parole contenute nel documento ufficiale.
The Government has replied to allegations transmitted by the Special Rapporteur in 1995 and 1996. In the case of Makomé M’Bowole, a 17-year-old Zairian who died on 6 April 1993 while being interrogated at the Grandes Carrières police station in the eighteenth arrondissement of Paris, the Government reported that the Paris Court of Assize had sentenced Pascal Bompain, police inspector, on 15 February 1996 to eight years’ imprisonment for inflicting fatal injuries with use or threatened use of a weapon on the person of Makomé M’Bowole. Relatives had received compensation of 165,000 francs (4 February 1997).
Il documento delle Nazioni Unite è intitolato “Riguardo alle violazioni dei diritti umani e dei diritti fondamentali in ogni parte del mondo, con particolare riferimento alle colonie e altri Paesi e territori”. La vita delle colonie è, infatti, intimamente collegata alla genesi dei quartieri periferici di Parigi e di tutte le più grandi metropoli francesi.

Le torture
nelle centrali di polizia
La scena dell’interrogatorio di Saïd e Hubert è particolarmente cruenta e toccante; è una pesante accusa nei confronti delle forze di polizia francesi. Osservando quelle sequenze è impossibile non pensare al giovane Makomé, ucciso proprio in circostanze analoghe. L’ufficiale di polizia che gli ha inflitto ferite letali è stato condannato a otto anni di reclusione; i familiari della vittima hanno ricevuto un indennizzo di 165 mila franchi. Per maggiori informazioni su quel triste fatto di cronaca potete leggere il rapporto delle Nazioni Unite.
Negli anni ’60 la Francia accolse centinaia di migliaia di immigrati provenienti dalle colonie che, proprio in quegli anni, stavano conquistando l’indipendenza. Proprio in quegli anni il termine banlieue venne accostato a tutti gli imponenti interventi edilizi residenziali a basso costo (una sorta di “case popolari”) realizzati nelle periferie delle grandi metropoli, per far fronte agli ingenti flussi migratori.
In origine, quindi, le banlieues avrebbero dovuto essere alloggi economici provvisori per i francesi giunti in città dalle colonie; con il passare degli anni, però, hanno accolto un numero sempre crescente di extracomunitari ed immigrati di religioni e culture molto differenti. In questo modo alcune delle periferie parigine (esistono anche delle banlieue “di lusso”) si sono tramutate in una “polveriera” pronta ad esplodere. Negli ultimi anni gli scontri sono andati sempre inasprendosi, fino a raggiungere il culmine nel 2005 con le sommosse iniziate a Clichy-sous-Bois. In quelle settimane di scontri e violenze vennero incendiate migliaia di automobili (1408 veicoli solamente nella notte tra domenica 6 novembre e lunedì 7 novembre) e decine di poliziotti vennero gravemente feriti da sassaiole e colpi d’arma da fuoco.

La banlieue brucia
Il film si apre con immagini d’archivio di guerriglia urbana nelle periferie parigine. I numeri delle rivolte hanno assunto livelli preoccupanti soprattutto nel 2005, ben dieci anni dopo rispetto all’uscita del film nelle sale. Quegli episodi di violenza urbana si conclusero con 1408 veicoli dati alle fiamme e 395 arresti.
Fu in quel contesto che il film di Kassovitz tornò prepotentemente d’attualità; diventando manifesto di una situazione che stava conquistando le prime pagine dei giornali di tutto il mondo.
Mathieu Kassovitz contro Sarkozy
Nelle settimane che seguirono gli scontri del 2005 il regista di L’odio venne sollecitato da giornali e televisioni ad esprimere un parere sugli avvenimenti che stavano sconvolgendo la Francia. Il regista, sul suo sito, pubblicò un post dai toni durissimi in cui criticava aspramente, in particolare, le scelte dell’allora ministro degli interni Nicolas Sarkozy (oggi protagonista della cronaca rosa più che di quella politica).

Il regista contro il Presidente
La rabbia di Mathieu Kassovitz nei confronti di Sarkozy è esplosa quando, quest’ultimo, ha indetto la sua politica di tolleranza zero nei confronti dei giovani delle banlieues che, l’allora Ministro degli interni francese, non esitò a definire “rifiuti” e “canaglie”. Il 20 giugno 2005 arrivò ad affermare che era necessario “ripulire le banlieues” con il karcher, l’idrante che viene impiegato negli autolavaggi.
Il sito del regista è all’URL http://mathieukassovitz.com/
“Questa volta - scriveva Kassovitz - ha preso in contropiede tutto quello che la Repubblica francese difende. La Libertà, l’Uguaglianza e la Fratellanza di un popolo. Il ministro degli Interni, futuro candidato alle presidenziali, ha dei propositi che non solo dimostrano la sua inesperienza politica e nei rapporti umani (cose che sono tra loro intimamente legate) ma che mettono in luce anche l’aspetto puramente demagogico ed egocentrico di un piccolo Napoleone in fieri”.
La rabbia del regista scaturì da alcune dichiarazioni di Sarkozy, che definì “feccia” gli abitanti delle banlieues e decise di usare una linea dura per reprimere gli scontri. L’odio moltiplica l’odio, scriveva Martin Luther King, e le scelte dell’allora ministro degli Interni francese non fecero che alimentare la situazione, già drammatica, delle periferie.
“L’ambizione del potere e l’egocentrismo - concludeva Kassovitz - di quanti pensano di detenere una verità hanno sempre creato dei dittatori. Nicolas Sarkozy è certamente un piccolo Napoleone, non so se ha le potenzialità di un grande ma sarà impossibile domani dire che noi non ne eravamo al corrente”.
Gli attacchi all’attuale Presidente della Repubblica Francese continuano, ancora oggi, sul sito del regista.
Dai fischi al premio per la miglior regia
Nel 1995, anno di uscita del film nelle sale francesi, la pellicola partecipò al Festival di Cannes; ricevendo fischi e dure critiche dal pubblico e da alcune celebri testate giornalistiche. Il Corriere della Sera titolò “Palma nera a Kassovitz: i suoi assassini fischiati a Cannes” e Giuseppina Manin, all’interno dell’articolo, non esitò a definire il film come uno “tra i più crudi, scioccanti, a memoria di Festival”.
“Quella pericolosa non è certo nelle mie immagini - rispondeva il regista, riferendosi al delicato tema della violenza - che semmai proprio con la loro crudezza la rendono odiosa, la scoraggiano. La violenza dei miei assassini è il risultato di una quotidiana, sommessa, persino festosa, violenza che ogni sera la tv instilla negli animi meno difesi: un mix di stupidità, ignoranza, mancanza di rispetto, avidità, cinismo. Perché agli adulti fanno tanta paura i ragazzi sui 15 anni? Perché sanno che, dopo averli cresciuti senza altri ideali che il denaro, faranno di tutto per averlo. Quello che date ai ragazzi oggi, loro ve lo renderanno domani. Magari in piena gola. Per questo ho voluto fare un film così sgradevole, insostenibile, com’è la vera violenza, non quella spettacolare alla Pulp Fiction”.
In queste parole Kassovitz ha sintetizzato tutto ciò che L’odio rappresenta: un film crudo, diretto che arriva dritto come un pugno nello stomaco. Un pugno inatteso, forse prematuro, ma senza alcun dubbio profetico che diede voce, in tempi ancora non sospetti, al disagio delle periferie francesi.
Il film venne duramente criticato dalle forze dell’ordine francesi: i poliziotti di guardia sulla scalinata del Palais al Festival di Cannes voltarono le spalle a Kassovitz e agli attori, in segno di protesta. Le forze dell’ordine mal sopportarono la pellicola per via della pessima immagine che essa dava del loro operato nelle banlieues. L’unico poliziotto che, nel film, viene rappresentato in modo positivo è il giovane che viene proprio dalla banlieue e conosce personalmente i giovani che la abitano. Egli è l’unico che cerca di comprendere e dialogare con i giovani immigrati, senza necessariamente ricercare lo scontro. Tutti gli altri vengono rappresentati come beceri e violenti, che non perdono occasione per umiliare e provocare gli extracomunitari. Nonostante i fischi e le evidenti manifestazioni di contrarietà, Mathieu Kassovitz vinse il premio per la miglior regia e i critici francesi iniziarono ad esaltare il film alla stregua di un capolavoro. “Attention Kassovitz!” titolò Première e le più autorevoli riviste specializzate francesi seguirono con elogi e commenti entusiastici.

Faccia a faccia
con la polizia
Ha fatto molto discutere la rappresentazione delle forze dell’ordine nel film; tanto che il Primo Ministro d’allora, Alain Juppé, organizzò una proiezione speciale della pellicola, invitando alcuni membri dei suoi ministeri ad assistere. Gli ufficiali di polizia presenti alla proiezione voltarono le spalle allo schermo, in segno di protesta nei confronti di una rappresentazione così cruda e brutale del loro operato.
L’enorme eco sui media e il successo al Festival consacrarono il film e furono corresponsabili dell’inatteso record al botteghino: L’odio registrò due milioni di spettatori.
L’antisemitismo e gli scontri razziali
In una sequenza del film i tre protagonisti incontrano un gruppo di giovani naziskin che dimostrano ostilità nei confronti dei tre extracomunitari. Queste scene descrivono, con minuzia di particolari, i contrasti che esistono tra i giovani che vivono all’interno delle banlieues. Episodi di violenza giustificati da contrasti religiosi e/o razziali sono, purtroppo, all’ordine del giorno nelle periferie francesi.
È del febbraio di quest’anno l’ultimo di questi deprecabili episodi: un giovane diciannovenne ebreo, nella cittadina di Bagneux (nella banlieue di Parigi), è stato sequestrato e seviziato per diverse ore da suoi coetanei. La notizia, pubblicata anche sui quotidiani italiani (La Repubblica, 5 marzo 2008), riportò alla memoria l’omicidio di Ilan Halimi, ventitreenne ebreo ucciso all’inizio del 2006 dopo un sequestro durato quasi un mese.
L’attualità del film di Kassovitz è provata persino da una ricerca del Centro di Analisi sociologica dell’Ecole des Hautes Etudes. Michel Wieviorka, direttore del Centro, ha ricercato in tutta la Francia (dalle università alle prigioni) episodi analoghi a quello raccontato nel film. “Alla fine ha scoperto che oggi è soprattutto all’interno della popolazione immigrata, che arriva dal mondo arabo-musulmano, dall’Africa sub sahariana ma anche dalle Antille, che si trovano tutti i tipi di manifestazioni spontanee dell’odio contro gli ebrei. È la novità dell’antisemitismo contemporaneo in Francia. Nelle banlieues i propositi antiebraici fioriscono oramai senza tabu, l’antisemitismo è diventato opinione” (La Stampa, 23 giugno 2008). Le ricerche dimostrano che, ancora oggi, il 14% dei francesi tra i 18 e i 24 anni sono dichiaratamente “ostili agli ebrei”. Il film, anche in questo caso, diventa drammaticamente attuale: enfatizzando una situazione che si protrae da anni, senza attirare l’attenzione dei mezzi di comunicazione di massa.

Kassovitz
racconta l’antisemitismo
Una delle scene certamente più sconvolgenti della pellicola è quella in cui i tre protagonisti incontrano un gruppo di naziskin. Uno di loro, al termine della rissa, si ritrova la pistola di Vinz puntata sulla fronte. Il giovane nella fotografia è proprio il regista del film, Mathieu Kassovitz.
La forza del film L’odio passa anche nella scelta del regista di filmare l’intera pellicola in bianco e nero. Questa decisione rende la pellicola sempre attuale e le conferisce il sapore del documentario. Kassovitz ha, inoltre, deciso di aprire il film con immagini d’archivio che ritraggono scontri tra forze dell’ordine e giovani delle banlieues. Auto incendiate, fumogeni e colpi d’arma da fuoco tornano periodicamente sulle pagine dei nostri quotidiani, echi lontani di conflitti troppo a lungo ignorati dall’opinione pubblica.
La haine di Kassovitz, nonostante la discutibile crudezza delle immagini, ha avuto il grandissimo pregio di portare al centro delle cronache le voci di giovani che, in caso contrario, sarebbero state (forse per sempre) ignorate da giornali e televisioni internazionali. Il cinema è anche questo: documento crudo e aspro di denuncia; grido disperato contro una società che non intende prestare ascolto alla disperazione dei giovani “reietti”; è un pugno nello stomaco che non intrattiene ma turba, interroga e sconvolge. La situazione nelle periferie francesi è in bilico, pronta ad esplodere come un cassonetto incendiato; ma qui, in Italia, cosa sta succedendo?
Le banlieues con gli occhi di una parigina
Per meglio comprendere cosa sono le banlieues e ciò che esse rappresentano per i parigini abbiano intervistato Margaux Nahon, giovane professoressa francese. Margaux è nata nella regione parigina; si è poi trasferita nella capitale francese per studiare all’Università della Sorbonne Paris IV. Ha vissuto a Parigi per sette anni, durante i quali si è laureata in Lingue e specializzata in Culture e letteratura straniera. Nel 2007 è stata coautrice del libro Tolkien et le Moyen Âge (CNRS Èditions), saggio sull’ispirazione medioevale nell’opera di Tolkien. Vive a Milano da due anni ed insegna francese nelle scuole medie superiori. L'intervista è suddivisa in due parti.




