L'autrice

Dana Della Bosca

Dana Della Bosca è nata nel 1980. Ha un’insana passione per Alan Rickman e Jason Isaacs, i suoi attori preferiti, per le lingue straniere e per il caffè americano. Quando va al cinema, si porta sempre quadernino e penna: non si sa mai… Di sé e della sua passione per la scrittura dice: “Scrivo perché devo”.


Questo articolo
è per:


Schede dei film


Carrie, lo sguardo di Satana (Carrie)
USA, 1976

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Misery non deve morire (Misery)
USA, 1990

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L’allievo (Apt Pupil)
USA/Canada/Francia, 1998

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Stand by me - Ricordo di un’estate (Stand by me)
USA, 1986

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Cuori in Atlantide (Hearts in Atlantis)
USA/Australia, 2001

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Le ali della libertà (The Shawshank Redemption)
USA, 1994

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Il miglio verde (The Green Mile)
USA, 1999

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L’ultima eclissi (Dolores Claiborne)
USA, 1995

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In videocassetta
e in DVD

Potete trovare i film citati nelle seguenti biblioteche del Sistema Bibliotecario Milano Est.

Carrie

San Giuliano Milanese (DVD e VHS)


Misery non deve morire

Melzo (VHS)
San Giuliano Milanese (VHS)
Segrate (VHS)


L’allievo

Certosa (VHS)
Segrate (DVD)


Stand by me

Inzago (VHS)
San Giuliano Milanese (VHS)


Il miglio verde

Certosa (VHS)
Inzago (VHS)
Melzo (VHS)
Milano 2 (VHS)
Pantigliate (VHS)
Paullo (VHS)
San Giuliano Milanese (VHS)
Truccazzano (VHS)


EDT Collegamento alla pagina Web di Emisfero Destro Teatro

Emisfero Destro Teatro,
a Cassina de' Pecchi,
apre le iscrizioni
al Laboratorio dell'attore.


Marco Fioretti - Porte e serramenti Marco Fioretti

Le migliori porte
e i migliori serramenti.
A Cernusco sul Naviglio, Milano.


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Oltre il film

Stephen King: il re dell'anima

Non è solo il re dell’orrore (come dice una stampa poco attenta): Stephen King riesce a portare allo scoperto l’animo umano senza retorica o buonismo e senza scomodare zombi assetati di sangue

La carriera di scrittore di Stephen King comincia nel lontano 1973, quando la Doubleday decide di accettare Carrie, la prima opera di un giovane che pareva molto promettente. Non avevano torto: dopo Carrie, King ha pubblicato altri 72 volumi, fra romanzi, romanzi brevi e raccolte di novelle, nell’arco di 35 anni.

Carried

Tutto cominciò con un’adolescente e una madre affetta da manie religiose
La dolce e disperata Carrie: il primo libro di King e il primo film tratto da un libro a sua firma. Primo, ma non certo unico. Crescere per Carrie significava poter finalmente vivere una vita propria, senza le paure demoniache della madre. Non ci riuscirà, anche a causa delle beffe dei suoi coetanei.

 

 

Stephen King è un autore certamente prolifico e sempre molto amato; non solo dai suoi fan ma anche dal cinema: moltissimi suoi lavori sono stati riadattati per il grande schermo, senza contare serie TV quali Il diario di Ellen Rimbauer (tratto da un suo romanzo sotto forma di diario), Rose Red o Kingdom Hospital, interamente scritte da King.

Certo, il suo marchio distintivo è l’orrore, il macabro. È la paura, sottile e penetrante come una lama di ghiaccio o il terrore più puro, devastante e terribile come un vulcano in eruzione. King è tutto questo, è vero, ma sarebbe riduttivo pensare a lui solo come a uno dei più grandi scrittori dell’orrore. Basti pensare a opere quali Stand by me, Le ali della libertà e L’allievo, tre novelle della raccolta Stagioni diverse, o ai romanzi Misery e L’ultima eclissi; oppure si pensi al romanzo Il miglio verde o a Cuori in Atlantide, dalla raccolta omonima. Considerare questi lavori esclusivamente opere horror è sbagliato, oltre che riduttivo.

Ma allora, di che cosa parlano? È proprio ciò che intendiamo scoprire, attraverso l’analisi dei temi dei film che sono stati tratti dai libri del “Re dell’horror”.

Dalla follia al mostro dalla faccia d’angelo

Cominciamo prendendo in considerazione i film Misery non deve morire (1990, con Kathy Bates e James Caan) e L’allievo (1998, con Brad Renfro e Ian McKellen), tratti rispettivamente dal romanzo Misery e dalla novella L’allievo, una delle quattro che costituiscono la raccolta Stagioni Diverse.

In entrambi i film King porta alla luce le profondità dell’animo umano, rivelando le bassezze e le miserie dell’uomo. Non si tratta mai di elementi soprannaturali; proprio per questo motivo sono così terribili.

Misery è la storia di Paul Sheldon (James Caan), uno scrittore che dopo un incidente in montagna viene salvato da una donna, Annie Wilkes (Kathy Bates, in una delle sue performance migliori, tanto che le ha fruttato l’Oscar come migliore attrice protagonista). La donna si presenta come “la sua ammiratrice numero uno”.

L’incubo di ogni scrittore si avvera quando Paul si rende conto che Annie non ha alcuna intenzione di lasciarlo andare, ma vuole tenerlo presso di sé, come se fosse un trofeo da custodire gelosamente e da non mostrare mai a nessuno, in una sorta di egoistico feticismo adulatorio.

Misery

Occhi
Gli occhi di Annie Wilkes: sono l’unica spia del tumulto interiore che la scuote, appena prima dell’esplosione incontrollata di ira contro Paul, subito dopo la scoperta della morte del personaggio Misery Chastain.

La fantasia malata porta Annie a considerare Paul come affidatogli dal Signore per compiere la grande missione di riportare in vita il suo personaggio preferito, Misery Chastain, che Paul ha ucciso nel suo ultimo libro.

Annie diventa così una sorta di angelo carceriere, dal quale Paul dipende in tutto ma che odia con ogni fibra di sé stesso per la situazione di sostanziale schiavitù, fisica e intellettuale, alla quale è costretto. L’amore viscerale e folle che Annie prova per Sheldon, così tipico dei fanatismi ciechi, è una fede assurda e assoluta nella bontà delle proprie convinzioni.

Annie è pazza, ma la sua è una pazzia lucida, coerente, logica, che King cura e scava nei dettagli: non servono corpi squartati o scene da film splatter, basta la sola presenza di Kathy Bates, quel suo modo così controllato e tranquillo di muoversi. L’apparente autocontrollo di Annie è spesso preludio a un’esplosione di collera, che lei giustifica secondo le sue incrollabili convinzioni.

Spesso l’unica spia dei reali pensieri di Annie è il suo sguardo; a questo proposito è emblematica la scena che si svolge durante una crisi depressiva di Annie: è proprio lo sguardo vuoto e perso che Kathy Bates riesce a dare ad Annie a far capire l’abisso nel quale è sprofondata la donna, non tanto i suoi movimenti lenti e goffi o la vecchia vestaglia.

Secondo il giudizio che Annie dà di sé stessa, lei è un’eroina, perché combatte sola contro il mondo che la odia; si aggrappa ai libri in cui Misery è protagonista per non crollare del tutto. Quando i libri sembrano ormai conclusi a causa dell’insofferenza dell’autore per la protagonista, lei ha la fortuna di conoscere proprio Paul Sheldon e si aggrapperà a lui, costringendolo addirittura a scrivere un libro per lei, solo per lei, dal titolo Il ritorno di Misery.

L’arrivo di Sheldon nella vita di Annie è l’elemento scatenante di una discesa nell’inferno dell’animo umano e della follia; se prima di conoscerlo aveva un suo equilibrio, ora non è più così: il rischio di essere scoperta dalla polizia, unita al sentimento di venerazione che la lega a Paul e che arriverà a sfociare in un amore morboso, sarà la spinta che la farà precipitare in un baratro senza possibilità di ritorno. Eppure, nonostante Annie sia la protagonista davvero negativa del film, non si riesce a non provare una sorta di pietà e di compassione per lei, a dispetto del modo violento e crudele con il quale sequestra Paul e cerca di impedirgli di fuggire lontano da lei.

Annie è umana, ha sentimenti umani: chiede di vivere in un mondo che sia più dolce verso di lei e che lei riesca in qualche modo a controllare. Possiamo dire di non comprenderla neanche un po’?

Ritroviamo le analisi di King sulla personalità nascosta dell’individuo nella novella L’allievo, tratta dalla raccolta Stagioni diverse; è significativo il sottotitolo del racconto: L’estate della corruzione. In questo film King regala la sua personalissima interpretazione del ragazzo modello o, se si preferisce, dell’apt pupil, cioè l’allievo dotato.

Quando pensiamo ad un bravo allievo, il primo pensiero corre a un ottimo curriculum scolastico o ad una perfetta carriera sportiva. In questo caso invece Todd (Brad Renfro, recentemente scomparso) è il perfetto allievo di un ex comandante di campo di sterminio nazista, Dussander; il ruolo dell’ormai anziano ex nazista è interpretato dal pregevole Ian McKellen, molto sorpreso che l’avessero chiamato a interpretare la parte di un settantenne quando lui era molto più giovane.

Todd ha da sempre avuto la passione della seconda guerra mondiale, ma non si è mai soffermato sulle battaglie, sui risvolti politici, sulle conseguenze o sulle cause della stessa. La sua grande ossessione erano i crimini perpetrati dai nazisti nei lager e nulla più.

Todd riesce a mascherare perfettamente quest’ossessione (di cui probabilmente all’inizio non si rende neppure pienamente conto), seppellendola sotto la maschera del ragazzo perbene, del perfetto ragazzo americano tutto studio e sport. Quando, per un colpo di fortuna, riesce a riconoscere nel proprio vicino uno degli ex gerarchi nazisti, un ex comandante del campo di sterminio di Patin, perde ogni inibizione.

Inizia a ricattarlo per saziare la sua sete di conoscenza dell’orrore e per farsi raccontare quanto più possibile sull’olocausto, sui metodi di questo, su ciò che succedeva davvero nelle camere di sterminio. È indicativa anche la scelta di King riguardo al nome del ragazzo: in tedesco, tod significa morte; l’assonanza con il nome del ragazzo è un altro indizio che King semina per caratterizzare il personaggio.

Todd

Confessione senza perdono
Dussander, con l’immancabile bottiglia di liquore a basso costo, racconta a Todd i particolari dello sterminio: la banalità della scena conferisce un sapore ancora più terribile alla personalità di Todd, così stridente con il suo aspetto pulito da bravo ragazzo americano.

La scena più terrificante del film, al di là delle poche scene di violenza, anche contro gli animali, è quella in cui Todd, consapevole della portata del ricatto su Dussander, compra in un negozio di articoli teatrali una divisa da nazista e obbliga il vecchio a indossarla e a marciare col passo dell’oca nella cucina della sua casa. Dussander in principio protesta, salvo poi cedere e cominciare a marciare, obbedendo agli ordini come faceva durante la guerra. È questo il momento cruciale, al contempo affascinante e orribile: Dussander marcia fino a perdersi nei ricordi, marcia senza ascoltare più gli ordini di Todd. Dal canto suo, Todd solo in quel momento si rende conto della portata di ciò che ha fatto e che sta facendo e solo in quest’occasione viene attraversato da un guizzo di umana paura per ciò che è e per ciò che è diventato. Ma è solo un attimo.

La nostra simpatia in questo film non va a Todd, ragazzo freddo, calcolatore, capace di nascondere sotto uno strato di menzogne e bugie ciò che realmente è. Nemmeno gli incubi che i racconti del vecchio nazista gli provocano riescono a distoglierlo dal perseguire il suo piacere perverso: una delle scene più forti è rappresentata dall’incubo a occhi aperti che Todd ha nelle docce della scuola, quando all’improvviso i suoi compagni diventano deportati ebrei che, rasati e tatuati, si stanno facendo la doccia prima di entrare nel campo.

Paradossalmente la nostra simpatia va a Dussander; è vecchio e malato e si ritrova alla mercé di un ragazzo che sostanzialmente fa ciò che Dussander stesso faceva nel campo. Le torture che egli perpetrava nel fisico, ora le subisce nell’anima e nei ricordi.

La bravura di King è all’apice nel descrivere l’orrore quotidiano, l’orrore di un ragazzo come tanti, anzi all’apparenza migliore di tanti altri, che sembra andare da un vecchio vicino solo per aiutarlo, per puro spirito di aiuto cristiano. Invece questo ragazzo è in grado di ricattare il vecchio, di piegarlo ai suoi scopi, di porsi al livello dell’antico nazista e uscirne addirittura peggiore di lui, in un mare di bugie e di falsità.

King dipinge un orrore quotidiano insospettabile ai parenti, agli amici e ai vicini. È lo stesso cui ci troviamo di fronte quando leggiamo di padri di famiglia apparentemente perfetti il cui hobby è violentare la figlia appena adolescente.

L’orrore di King affonda le radici nell’ipocrita normalità e forse per questo motivo non ha bisogno di mostri e di sangue per essere così terribile. È sufficiente lo sconcerto raccontato da King dei genitori e del nonno di Todd, che non riescono neppure ad avvicinarsi all’idea che il loro bambino così bravo sia in realtà un mostro di depravazione.

L’amicizia e l’innocenza

Stand by me – Ricordo di un’estate è un film famosissimo anche per la splendida omonima canzone che fa da colonna sonora, scritta da John Lennon. È tratto dalla novella Il corpo, anch’esso presente nel volume Stagioni diverse, il cui sottotitolo è L’autunno dell’innocenza. In esso, i temi dominanti sono l’amicizia forte e sincera fra un gruppo di quattro ragazzi e la loro profonda innocenza di fronte alla vita e al mondo.

Gordie (Wil Wheaton), Chris (River Phoenix), Verne (Jerry O’Connell) e Teddy (Corey Feldman) partono per una camminata di due giorni per cercare il cadavere di Ray Brower, un loro coetaneo scomparso mentre cercava mirtilli nei boschi e poi ritrovato per caso da due ragazzi della banda dei giovani adulti della città, che ne parlano spaventati fra loro in una conversazione origliata senza volere da Verne.

Tutti e quattro i ragazzi vengono da famiglie con problemi. Gordie ha perso il fratello maggiore Dennis in un incidente e i suoi genitori non se ne sono mai fatti una ragione: chiusi nel loro muto dolore preferiscono ignorare il mondo, compreso il figlio rimasto. Questo trova in Chris, il suo migliore amico, una sorta di succedaneo del padre; Chris viene da una famiglia di disadattati ed è subito etichettato come un ragazzo che non combinerà mai niente di buono nella vita. Verne, dall’intelligenza poco sveglia, è vessato da un fratello grande. Teddy, figlio di un veterano di guerra che ha fatto lo sbarco in Normandia, ama disperatamente e follemente il padre, che è internato in un manicomio dopo aver perso la ragione, probabilmente anche a causa dei traumi subiti in guerra.

I quattro ragazzi mettono insieme le proprie debolezze e partono per un viaggio che li vedrà tornare a casa non più ragazzini, ma ormai uomini.

La loro amicizia e la loro splendida, delicata innocenza vengono dipinte da King con piccoli tocchi di sapienti dialoghi ripresi nel film: sono bambini che giocano a fare i grandi, che apprezzano “le tette di Minni (la fidanzata di Topolino)” ma si chiedono chi fra Superman e Braccio di Ferro potrebbe vincere una ipotetica sfida, rispondendosi che il primo è “un uomo vero e non può combattere con un cartone animato”; sono bambini quasi adulti che imprecano come scaricatori di porto e si domandano che animale sia Pippo. La loro ingenuità e il loro candore sono messi a duro confronto con la disillusione e l’indifferenza dei grandi, di Ace Merrill (Kiefer Sutherland) e di Caramello Chambers (Bradley Gregg), il fratello maggiore di Chris; ma sono questi ultimi ad uscirne sconfitti.

Stand

Un viaggio per crescere
Quattro ragazzi e un viaggio: l’innocenza e la spensieratezza di questa immagine lasceranno presto il posto all’esperienza e alla scoperta di loro stessi, che li riporteranno a casa non più ragazzi, ma uomini.

Certamente gli adulti vengono sconfitti dai ragazzi grazie alla crescita spirituale che questi hanno vissuto. È una crescita che permette a Gordie e ai suoi amici di difendere il corpo di Ray e il suo diritto di essere ritrovato senza che nessuna delle due bande ricavi un motivo di falsa gloria dalla sua morte; i ragazzi rimangono saldi nella loro decisione pur sapendo di rischiare di essere pestati duramente da Ace e dai suoi (come poi avverrà): sono convinti della bontà della loro strada e delle loro idee, senza ipocrisie e senza paura. Il vero sconfitto è il mondo degli adulti disillusi, che non regge il confronto con quello dei ragazzi ancora capaci di sperare e di credere nell’amicizia, quella che dà tutto senza chiedere nulla in cambio: questo è il mondo che vediamo in Stand by me e che in un certo senso viene ripreso nel film Cuori in Atlantide.

Cuori in Atlantide prende il titolo non dalla novella dalla quale è tratto (che si intitola invece Uomini bassi in soprabito giallo) ma dal titolo della raccolta. In esso si racconta l’amicizia fra Bobby (Anton Yelchin) e Ted Brautigan (Anthony Hopkins), il nuovo pensionante della madre di Bobby, donna fredda che ama il figlio ma a modo suo.

È un paese piccolo, quello di Bobby, e il nuovo arrivato è una persona molto strana per coloro che ci vivono. Anche Bobby all’inizio è diffidente ma poi, rassicurato, accetta di parlare con lui, accetta di essere condotto per mano nei mondi magici della letteratura, non dando più molto peso ai momenti di “assenza” di Ted, quando l’uomo sembra perso nei suoi pensieri e diventa sordo al mondo esterno, una delle cose di lui che più spaventa la madre di Bobby.

Il ragazzo e i suoi due amici coetanei (un ragazzo e una ragazza con la quale scambierà anche il suo primo bacio) accettano di vedere oltre le stranezze di Ted, si aprono alle possibilità infinite che l’amicizia con lui può schiudere, lo difendono anche dagli attacchi della madre; questa infatti, come gli altri abitanti, comincia molto presto a sentirsi molto a disagio quando Ted è nelle vicinanze, soprattutto quando cominciano ad accadere cose strane: vengono affissi cartelli bizzarri di ricerca di cuccioli smarriti e cominciano a vedersi in paese persone pacchiane in macchine pacchiane.

Ted chiede a Bobby di fare attenzione proprio a questi segnali e di avvertirlo, ma senza spiegare perché ne abbia così paura; almeno, non fino all’ultimo momento, quando viene ripreso da quella che lui definisce “gente bassa” e che gli concede però di salutare Bobby prima di andare via.

Anche lo spettatore rimane con il dubbio di chi fosse in verità quell’uomo e che cosa facesse nel nostro mondo; ma Bobby in fondo non è interessato davvero al motivo per cui fosse stato con lui.

L’importante era che ci fosse stato, che avessero avuto la possibilità di conoscersi, che lui, Bobby, avesse avuto la possibilità di sbirciare in quei mondi che Ted conosceva così bene e che amava così tanto da riuscire a trasmettere anche a Bobby l’amore per essi, a trasmetterglielo vivo e forte come lo sentiva.

Bobby accetta l’amicizia con Ted ma allo stesso tempo Ted accetta l’amicizia di Bobby; completandosi a vicenda l’uno può insegnare quello che sa e che è all’altro, senza la paura di essere giudicato e senza la paura di cambiare.

Un’ambientazione particolare è invece quella di due lavori di King: Le ali della libertà è tratto dalla novella La redenzione di Shawshank, presente anch’essa nell’opera Stagioni diverse (e corredato dal sottotitolo La primavera della rinascita), e Il miglio verde, tratto dal romanzo omonimo, sono infatti entrambi ambientati in una prigione.

Il protagonista delle Ali della libertà è Andy Dufresne (Tim Robbins), un bancario tradito dalla moglie che viene condannato per l’omicidio della stessa e del suo amante. Lui sostiene di non ricordare nulla, di essere stato ubriaco e di essere innocente, ma la giuria non gli crede, soprattutto per il suo atteggiamento sempre freddo e distaccato.

Suo unico vero amico in prigione è Red (Morgan Freeman), l’unico fra i detenuti ad avere il coraggio di ammettere di avere davvero commesso il crimine per il quale è stato condannato. Tutti vedono che Andy è una persona di temperamento freddo, taciturna, che preferisce farsi i fatti suoi; nel contempo è però dotato di molto coraggio, tanto da non cedere mai alle pressioni e ai pestaggi dei suoi compagni di prigionia.

Questa sua forza d’animo, questo suo non farsi mai abbattere dalle circostanze gli valgono la stima sia di Red, che ha il privilegio di conoscerlo meglio di altri, sia degli altri ragazzi del gruppo. Andy fa forza sulla sua volontà, sull’essere riuscito, grazie ai suoi trascorsi da ottimo bancario, a rendersi indispensabile all’amministrazione carceraria (è lui che fa la dichiarazione dei redditi per le guardie del carcere e tiene anche la contabilità nera del direttore), sull’aggrapparsi solo al giorno che sta vivendo e alla piccola biblioteca che è riuscito ad allestire in carcere coi fondi stanziati dallo Stato. Senza pensare a ciò che c’è fuori.

Ali

Le ali della libertà
Libertà: l’unica speranza e l’unica ancora di salvezza per un innocente che non ha mai rinunciato a se stesso. Andy Dufresne riesce a scappare dal carcere, strisciando per mezzo chilometro nello scarico fognario (ottima metafora di tutto ciò che ha dovuto sopportare); l’abbandono alla pioggia è il segno della nuova pulizia che accompagna la libertà.

Un giorno arriva però la rivelazione di Tommy, un ragazzo giunto in carcere da poco: in un’altra colonia penale questi è stato compagno di cella di un assassino che, per vantarsi con lui, ha sostanzialmente confessato il crimine contestato ad Andy. È l’unico momento in cui vediamo Andy perdere la calma, sgretolare la sua facciata di granito e venire trascinato via mentre urla “È la mia vita!”.

È il momento del film in cui comprendiamo appieno lo strazio di un uomo che si è visto portare via tutto e che fino ad allora era tormentato dal dubbio che ciò fosse avvenuto perché era davvero colpevole e che ora invece ha la prova della sua innocenza e sa che la sua condanna è ingiusta. Ha accettato le conseguenze di un’azione che non poteva ricordare ma è crollato per un istante; in questo suo momento di debolezza si è reso nuovamente umano, svelando i tormenti che gli bruciavano dentro e che fino ad allora solo Red aveva intuito, senza però mai capirli fino in fondo.

Si tratta di un tocco magistrale da parte di King nel tratteggiare il carattere di Andy: pur essendo il protagonista del film, è sempre descritto con le parole di Red, dalle quali noi cogliamo l’eco delle sue intuizioni, dei suoi dubbi e delle sue (poche) certezze; Red risulta così il secondo protagonista della storia.

Gioiamo con Red quando Andy si riguadagna da solo la sua libertà ingiustamente portata via, e gioiamo anche di più quando Red riesce ad ottenere la libertà sulla parola e va a raggiungere Andy.

Amiamo Andy, innocente e sempre fedele a sé stesso, soffriamo con lui, gioiamo con lui in quella pioggia purificatrice e amiamo Red, colpevole eppure capace di rimorso; questo rimorso è ciò che ce lo rende vicino, umano e degno del nostro rispetto.

Una sorte simile spetta all’omone del Miglio verde, John Coffey (“Come la bevanda… ma scritto diversamente…”), che è interpretato da Michael Clarke Duncan, immenso attore di colore ed ex guardia del corpo. È affiancato dal ben più piccolo Tom Hanks, che interpreta Paul Edgecomb, la guardia carceraria del braccio della morte; questa zona del carcere è chiamata “il miglio verde” a causa del colore del linoleum che lo ricopre.

John viene condannato a morte per l’omicidio di due gemelline, Kate e Cora. È stato ritrovato con i loro corpicini fra le braccia, mentre piangeva e urlava: non poteva che essere colpevole, giusto?

La risposta sembra scontata anche agli occhi di Paul, che però negli anni di servizio ha imparato a capire e a guardare oltre. John Coffey è come un bambino, un bambino innocente di fronte alla vita. È oltretutto portatore del più grande miracolo che Paul abbia mai visto, ma che scopre a poco a poco, nel tempo che viene loro concesso per conoscersi prima dell’esecuzione della sentenza.

Miglio

A volte è la morte la strada per la libertà
I volti tesi delle guardie carcerarie contro il volto gioioso di John Coffey: per lui la morte sarà una liberazione, per loro e per Paul soprattutto una pena che sconteranno con coraggio e a testa alta per il resto della vita.

Scopre che John non si atteggia a stupido per evitare la condanna: John è mentalmente impreparato a vivere nel mondo che noi definiamo nostro, così pieno di crudeltà e di odio. La sua dolce innocenza viene svelata minuto dopo minuto, in un continuo crescendo di dubbi sulla sua colpevolezza fino a capire che davvero era innocente, che è stato accusato sulla base di prove certamente vere (i due corpicini erano lì con lui, e lui piangeva…) ma senza capire che non era il colpevole dell’omicidio, ma che aveva invece cercato, per dirla con le sue parole, di “rimediare, ma non era stato possibile”.

I poteri di John non sono totali: non è possibile tornare indietro e cancellare che è stato fatto; lui lo sa e soffre per questo. Anche Paul, quando scopre la verità su di lui soffre con lui. È emblematico il dialogo fra lui e John:

“Quando morirò e sarò di fronte a Dio e lui mi chiederà perché ho lasciato che uccidessero un angelo, cosa gli dirò? Che era il mio lavoro?”

“Tu dirai che hai fatto una cortesia a quell’angelo…”

Le parole e i gesti di Paul, le sue lacrime e il suo gesto di dargli la mano, sulla sedia elettrica, contribuiscono a comporre nella nostra mente l’immagine di Paul come “uomo buono”, nonostante il suo mestiere sia sostanzialmente quello del boia. John lo ama e in fondo a noi basta questo, e proviamo una pena profonda nella serena accettazione della propria pena, in vecchiaia, da parte di Paul, la pena che lui sente di meritare e che sconta senza un lamento. Di nuovo, King riesce a raccontare l’animo di un uomo che è pronto a soffrire per ciò che sa di avere sbagliato, che come Red delle Ali della libertà accetta le conseguenze delle sue azioni.

E ci innamoriamo di John e della sua ingenuità dal primo indizio che King ci dà della sua bontà d’animo, della crudeltà del destino che lo ha portato a essere in quella cella, della sua sofferenza nello stare a contatto con un mondo che non è capace di gestire perché il mondo non è in grado di capire del tutto il grande dono che lui è.

Soffre, e noi soffriamo con lui, quando dice con voce rotta, a proposito del vero assassino delle gemelle: “Le ha uccise con il loro amore…”. Una cosa che è inaccettabile per tutti, lo è a maggior ragione per lui, che è intriso d’amore e che non sa cosa sia l’odio.

La liberazione di una donna

Il film L’ultima eclissi è tratto dal romanzo Dolores Claiborne. Non sarà l’ultima volta che King si cimenterà con figure femminili magistralmente dipinte, dal momento che scriverà anche Rose Madder e più di recente Il diario di Ellen Rimbauer; Rose Madder è una storia solo per certi versi simile a quella di Dolores, nonostante il tema centrale sia sempre quello di una donna imprigionata in un matrimonio e in una vita che non sente più (o forse non ha mai sentito) sua, mentre Il diario di Ellen Rimbauer (che ha dato lo spunto per una miniserie TV) racconta di una donna la cui storia si intreccia con quella di una casa maledetta.

Dolores è interpretata magistralmente da Kathy Bates, che per questo film ha guadagnato una nomination come migliore attrice protagonista. Kathy è anche la figura che King aveva in mente mentre scriveva il suo romanzo, essendone rimasto molto colpito dopo averla conosciuta proprio sul set di Misery non deve morire.

Dolores

Sconfitta, ma non vinta
Il volto stanco e disfatto di Dolores Claiborne: negli occhi lo sguardo di chi ha perso la fiducia nella vita e non ha più nessuna ragione per sorridere, ma nonostante tutto rifiuta di farsi schiacciare da chi la odia.

La sua è una storia amara: la sua unica figlia Selena (Jennifer Jason Leigh) vive lontano, a New York; qui fa la giornalista e non ha più rapporti con la madre, che ritiene responsabile della morte dell’amatissimo padre. Dolores accetta tutte le accuse e non fa nulla per discolparsi, forse perché sa che la figlia è troppo giovane e non la capirebbe in alcun caso, o forse perché non vuole turbarla con la verità.

Un giorno la donna viene accusata dell’omicidio di Vera Donovan, la vecchia signora cui prestava assistenza come cameriera e che nel testamento le ha lasciato tutta la sua fortuna. La polizia del luogo si basa sulla facile testimonianza del postino, che ha visto Dolores brandire un mattarello di marmo sopra Vera e che ha quindi creduto che stesse portando a termine l’omicidio; non crede invece alla versione di Dolores: Vera si è buttata dalle scale e le ha chiesto, pietosamente, di finirla.

La scelta registica di usare i toni grigio-blu per il tempo presente del film, contrapposti ai toni colorati e caldi dei ricordi, rende ancora più dolorosa tutta la storia di Dolores: come se la sua vita fosse finita con la morte del marito e con la partenza (e la perdita) della figlia.

Troppo preoccupata a proteggerla dalla violenza del padre, non è mai riuscita a farle capire quanto l’amasse. Gli sguardi e la voce piatta e monocorde di Dolores quando racconta alla figlia i suoi trascorsi sono contrapposti alla voce astiosa e tagliente di Selena, che nasconde dietro una facciata da dura il suo spirito e la sua vita che stanno crollando di fronte alle rivelazioni della madre.

Di nuovo, ecco la maestria di King nel rendere i personaggi con pochi tocchi di dialogo e di movenze, ricreati perfettamente dagli attori: gli occhi da spiritato di Joe e i suoi scatti d’ira improvvisi contro Dolores, le crisi di Selena, lo sguardo stanco e rassegnato di Dolores di fronte alla vita, alla quale sembra aver rinunciato per il solo amore della figlia.

È un continuo alternarsi del presente e dei ricordi di Dolores, che cerca di spiegare a Selena che cosa sia realmente successo, spingendola ad accettare ciò che per anni ha tenuto nascosto a tutti ma che la madre aveva capito; la sua consapevolezza sfocia in un ricordo che sgorga libero dalla Selena adulta mentre sta scappando di nuovo, come un tempo, via dalla madre; è un ricordo che la costringe a capire, ad accettare e a tornare indietro. Ora è libera; libera di aiutare Dolores e di chiudere insieme a lei i conti con il passato.

Personaggi vivi

In tutti questi personaggi c’è un punto in comune: la vita che King ha dato loro. Quella realtà che il Re ha ricreato con mano magistrale ci permette di capirli, di amarli o di odiarli come faremmo con persone vere che avessimo davvero incontrato sul nostro cammino.

Le scelte stilistiche dei registi per portare sul grande schermo la stessa magia che pervade il libro non sono altro che le riproposizioni della realtà già creata da King. Basta riproporre il carattere, i pregi e i difetti di un personaggio, cioè quanto lo rende persona, essere umano e degno di essere ricordato.

I personaggi di King non sono mai monotoni: non sono i perfetti buoni senza macchia e senza paura, come non sono i cattivi senza redenzione. Anche Ace Merrill il bulletto della cittadina di Stand by me, non è monodimensionale: riesce per esempio a essere allo stesso tempo menefreghista e carismatico e in un certo senso un buon amico per Caramello Chambers, il fratello di Chris. Inoltre, gli stessi personaggi positivi hanno difetti: Dolores Claiborne è incapace di essere diplomatica, è dura perché tale è stata la vita con lei; Andy è troppo freddo e calcolatore e fatica a interagire con gli altri in maniera spontanea; Red ha sbagliato e ha ucciso… Si potrebbe continuare.

Anche per questo è riduttivo incasellare King nella sezione “scrittore dell’orrore”: chi riesce a creare una vita, seppure una vita di carta o pellicola, può essere definito solo scrittore. Altre etichette, oltre che sbagliate, sono solo inutili.

Stephen King e il cinema: rose e spine

Quando cedi i diritti di un tuo libro perché ne sia tratto un film, è come mandare tua figlia al ballo:
speri solo che non torni a casa violentata.

Quelle riportate sopra sono le parole usate da Stephen King per definire il suo rapporto non proprio idilliaco con i film dai suoi libri. Non ha del tutto torto.
Per uno scrittore, vedere sullo schermo il proprio libro vuol dire scendere a patti con l’immaginazione di qualcun altro, qualcuno che in questo caso è il regista, lo sceneggiatore e l’attore che incarna il personaggio che lo scrittore ha immaginato, sbozzato e creato, il più delle volte immaginandolo completamente diverso dall’attore poi scelto per interpretarlo.
Non tutti sono fortunati come J.K. Rowling, la mamma di Harry Potter, che ha scelto personalmente alcuni attori (Alan Rickman per Piton, Robbie Coltrane per Hagrid) e ha imposto dei criteri di scelta rigidi; nel caso di King, a volte si è trovato volti che non è riuscito a ritenere adatti al personaggio che aveva immaginato. Basti pensare a James Caan, che King non ha apprezzato per niente nell’interpretazione di Paul Sheldon in Misery, perché “non era la faccia che doveva avere Paul” o al profondo malcontento nei confronti del Jack Torrance di Jack Nicholson in Shining. A proposito di Shining, King ha detto che “Jack Torrance nel libro diventa pazzo; nel film, Nicholson è già pazzo.” Ovviamente una scelta così radicale non poteva andare giù al creatore di Shining, nemmeno in omaggio a Kubrick. Il remake successivo, sceneggiato personalmente da King, è stato un fiasco notevole, un ulteriore segno che non sempre un bravo scrittore è anche un bravo sceneggiatore e viceversa.
Forse, però, la peggiore delusione è stata Il tagliaerbe, con Pierce Brosnan, apparentemente basato sull’omonima novella ma di fatto privo di qualunque seppur minimo riferimento, avendo la storia una trama completamente diversa: in questo caso, King ha chiesto e ottenuto che fosse eliminato qualsiasi riferimento a lui e alle sue opere. E a giudicare dal film, non ha avuto torto…

Shining

Amante con sorpresa
Il tema “amore e morte” ricorre spesso nella letteratura. In Shining, Stephen King ce ne offre una versione particolare…

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