L'autrice

Dana Della Bosca

Dana Della Bosca è nata nel 1980. Ha un’insana passione per Alan Rickman e Jason Isaacs, i suoi attori preferiti, per le lingue straniere e per il caffè americano. Quando va al cinema, si porta sempre quadernino e penna: non si sa mai… Di sé e della sua passione per la scrittura dice: “Scrivo perché devo”.


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Scheda dei film

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I DVD e le videocassette

Dove trovare i film
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Addominali e gambe con Pilates

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Le meraviglie del Cosmo

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Singing English

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& Easy Peasy

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La caccia alle streghe

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Stonehenge

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In forma ballando

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Ninja Turtles 2

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Predatori

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Il triangolo delle Bermuda

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Il mistero dei Templari

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L'arca di Noé

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1968

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L'anno che ha cambiato
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Salviamo il Pianeta Blu

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Yoga di base

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Alla scoperta di Marte

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1945

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I giorni della liberazione

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La verità sulla Sindone

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Pianeta Terra

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Come non l'avete mai visto

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Il Signore degli Abissi

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Nilo

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Dinosauri killer

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Due cuccioli nella savana

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Madre Teresa

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La grande storia naturale d'Europa

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Conosci il tuo bambino

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Arti marziali

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La scienza dello sport

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Diana

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Storia di una principessa

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Il Sole

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Donne di pellicola

Quando sceneggiatori e registi descrivono una donna fanno molto spesso cilecca: quali sono gli errori più comuni che commettono nel descriverci?

OK, cerchiamo di capirci. La stragrande maggioranza degli sceneggiatori e dei registi hollywoodiani (ma non solo) sono, giustappunto, sceneggiatori e registi. Donne, ne troviamo pochine.

Il problema non sarebbe tale se questi sapessero ciò che fanno quando, scrivendo un film, descrivono una donna; purtroppo questo non sempre è scontato: molto spesso le donne che vanno a vedere un film si trovano un personaggio che definire “vero” sarebbe un po’ forzato. Non parliamo di macchiette come quelle che Edvige Fenech soleva presentare agli occhi degli italiani negli anni Settanta, ma di personaggi un po’ più moderni che ci riesce difficile considerare coerenti: con il film, con la loro epoca o proprio con le donne in genere.

Nella mia carriera di spettatrice ho visto moltissimi film, abbastanza per poter stilare una piccola tipizzazione degli stereotipi femminili nei film.

Spacco il mondo

Nella variegata categoria Spacco il mondo si ritrovano tutte quelle donzelle che per un motivo o per l’altro si ritrovano a imbracciare un fucile o a comandare un’astronave nello spazio o a fare lavori cosiddetti pericolosi.

Troviamo queste caratterizzazioni principalmente nei film d’azione o dell’orrore (ma non sempre): i personaggi femminili si muovono come se avere in mano un fucile fosse da sempre il loro mestiere, anche se fino a dieci secondi prima facevano le segretarie; oppure si trovano a muoversi coerentemente con il loro ruolo di donna dura e mascolina, salvo però un gesto, un’azione, un particolare che chiarisca alla platea maschile che, nonostante tutto, è pur sempre una donna.

Prendiamo, ad esempio, il tenente Ripley (Sigourney Weaver) di Alien: in tutto il film vediamo una donna che non ha niente da invidiare a un uomo in quanto a disciplina, fierezza e coraggio. Poteva andare bene così? No. Durante l’evacuazione della navetta, momento nel quale qualunque comandante si sarebbe concentrato sul proprio avanzo di equipaggio, lei che cosa fa? Va a cercare il gatto! Fra l’altro, che cosa ci facesse un gatto su una navicella spaziale devo ancora comprenderlo… forse doveva combattere anche lui contro i topi-Alien… Ecco, la platea maschile può tirare un sospiro di sollievo: il tenente è pur sempre una donna e come tale ora possiamo vederla, se a ricordarcelo non fossero bastate le sue mutandine.

Ripley_1 Ripley_2

Se ce ne fosse bisogno...
Oltre all’episodio del gatto, in Alien c’è un’altra scena che ci ricorda che Ripley è una donna e che va mostrata come tale. Non certo in tuta da astronauta.

Lo stesso capita, paradossalmente, con un robot. In Terminator 3 – Le macchine ribelli abbiamo una Terminatrix donna, la terribile T-X. Questa è un robot, seppur con le fattezze di una statuaria modella bionda, quindi ragiona da robot, esegue senza fare domande le sue mansioni come un robot, picchia come un fabbro (robot).

Ora, qualcuno mi riesce a spiegare perché, dopo aver fatto un disastro nel bagno della base militare dove sta massacrando coscienziosamente Terminator, passando davanti ad una superficie riflettente, la T-X sente l’irrefrenabile bisogno di specchiarsi compiaciuta? È un robot e, se anche fosse stata una donna vera, nessuna di noi, mai, mentre sta combattendo contro un nemico perderebbe tempo a vedere se i capelli sono a posto. Abbiamo anche noi come priorità la sopravvivenza.

Terminatrix

Robot, ma femmina
La splendida T-X è pur sempre un robot, ma si specchia come qualunque ragazzina innamorata di sé stessa. Ovviamente, vestita di pelle, che fa sempre tanto fetish.

Anche in questo caso, la spiegazione è la stessa che per la Ripley: anche se ha massacrato di botte Schwarzy-Terminator, anche se è in grado di tirare flussi di plasma e di far fuori un esercito di bambini e rispettive madri senza fare una piega, dimostrando di essere senza cuore e cattivissima come solo un robot può essere… ragazzi, avete visto?

È

Comunque

Una

Donna…

Come tale è perciò dipendente dal trucco perfetto, dalla tutina stretch similfetish e dallo sguardo molto soddisfatto riflesso nelle superfici del bagno. Resta comunque una domanda insoddisfatta: perché Terminator si veste da duro tutto di pelle e lei invece deve vestirsi a metà strada fra una spogliarellista e una squillo d’alto bordo? A pensarci un attimo, la risposta è semplice: perché altrimenti che cosa vai al cinema a fare, se non puoi vedere nemmeno una bella ragazza?

In fondo si tratta sempre di un film per un pubblico maschile e magari con la T-X si riesce a convincere qualche ragazza in più ad accompagnare il ragazzo al cinema, ma allo stesso tempo dobbiamo essere rassicuranti: una donna che spacca il mondo e si comporta esattamente come un uomo in un film d’azione farebbe, semplicemente è… scompensante. Non va bene. Dà fastidio.

Quindi mettiamo la Ripley a caccia del gattino e facciamo specchiare come una qualunque adolescente la T-X. Le pari opportunità di facciata sono salve, la tranquillità mentale della platea maschile anche. Stato del fegato delle ragazze in platea: non pervenuto.

Damigelle in pericolo

La categoria Damigelle in pericolo è infida, perché purtroppo sul salvataggio della bella rapita dal cattivo si basano centinaia di film, ma qui si ha una visione più ampia della cosa: tra le Damigelle mettiamo anche quelle donne che, pur non essendo esattamente in pericolo, sono comunque in attesa di un uomo che le redima dalla loro brutta situazione. Sottocategoria delle Damigelle è quindi a pieno diritto la versione Bad Girl redenta.

Le Damigelle sono in genere personaggi che attendono di essere salvati da situazioni pericolose (è indifferente se nella situazione ci si siano infilate da sole o no) o da una situazione di stallo molto negativa dalla quale, beninteso, non hanno mai fatto nulla per uscire. Stereotipo classico: da sola, non sai fare niente; hai bisogno del cavaliere dal bianco destriero o dalla nera limousine per cavarti d’impaccio e cominciare a vivere.

Pensiamo per esempio al personaggio di Willie (Kate Capshaw) in Indiana Jones e il tempio maledetto: Willie è una cantante di cabaret che si trova invischiata in un’avventura che la porterà prima su un aereo che precipita, poi nella giungla, poi in un palazzo reale (dove sarà interessata a concupire il rajà, salvo poi scoprire la troppo giovane età dello stesso) e infine a cercare di sopravvivere a dei thugs inferociti. Ora, qualunque cantante, per quanto terrorizzata all’idea di rompersi un’unghia e di rovinarsi la voce, in una situazione estrema come quella che vive Willie sarebbe in grado di capire una cosa fondamentale: invece di creare problemi, cerca di darti da fare e forse ne esci viva e con lo smalto a posto.

Ovviamente Willie fa l’esatto opposto, ma c’era bisogno di specificarlo? No. In questo caso, Willie viene resa la macchietta del film, cioè la fanciulla che va sempre salvata e che è un peso per il protagonista; il protagonista, dal canto suo, la prende in giro in diverse occasioni (con il bambino coprotagonista). Lei comunque, dopo averlo salvato seguendo alla lettera le istruzioni da lui dettate nella forma manualistica del “Come salvare due vite in tre facili lezioni”, lo ripiomba in una situazione difficile, vanificando quel minimo di buona impressione che poteva avere fatto.

Indiana

Ma ci credono sceme?
Willie Scott di Indiana Jones e il tempio maledetto: come tutte le donne, nel film è un peso per l’eroe. Ma gli sceneggiatori sono davvero convinti che noi faremmo davvero queste cose?

Non sta a lei fare la parte della buona avventuriera: a lei spetta solo il creare problemi, eventualmente facendo da spalla comica, in modo da rassicurare ancora la platea maschile: bella, bionda (ma anche mora, non importa) e ovviamente incapace di fare qualunque cosa senza l’aiuto di un rude uomo vero com’è Indy o come segretamente immaginano di essere tutti i maschi in platea.

Anche Johanna (Jayne Wisener) del recentissimo Sweeney Todd – Il diabolico barbiere di Fleet Street non è da meno nel campo delle Damigelle: in questo caso si tratta di una giovane ragazza di quindici anni che, dopo una vita passata come reclusa, decide di scappare con il primo marinaio che passava di lì e le ha fatto l’occhiolino.

Perché non è plausibile? Perché non è verosimile che una ragazzina che passa la vita in una “gabbia scura e foderata di damasco” senza mai osare fare nulla di diverso da quanto impostole dal tutore decida improvvisamente di scappare via col primo sconosciuto che passa. Da zero a mille in due secondi netti… complimenti!

Una ragazza reclusa com’è sempre stata Johanna ha subito anche, immaginiamo, un’educazione consona al suo status e sarà anche probabilmente succube e terrorizzata dal suo tutore/carceriere: non è realistico che riesca a reagire così al primo biondino belloccio, né è logico che riesca a pensare subito lucidamente a come potrebbe prendersi la sua libertà. Una reazione simile sarebbe tipica di una ragazza che ha sempre vissuto in libertà ma che poi, per una ragione o per l’altra, se ne trova privata: è chiaro che tenderà a mordere il freno, a cercare di segare le sbarre della cella, se ci fossero, ma proprio perché lei saprebbe che cosa vuol dire ribellarsi a qualcosa che le è stato subitaneamente imposto. Johanna non sa nemmeno che cosa voglia dire essere libera: la leggerezza con la quale prende e decide di scappare con Anthony sembra veramente eccessiva e molto poco credibile, anche nell’ottica di un film.

Prendiamo ora il personaggio di Vivian (Julia Roberts) in Pretty Woman, delizioso esempio della bad girl redenta. Vivian fa la prostituta per vivere e una sera incontra Edward (Richard Gere). I due ovviamente si innamorano e lei, novella Cenerentola, viene redenta dal suo ruolo negativo dal principe sul cavallo bianco; in questo frangente si tratta di un miliardario sulla limousine nera, ma non è il caso di sottilizzare.

Perché non mi piace e mi sembra uno stereotipo bruttissimo? Perché Vivian più di una volta parla del suo mestiere con Edward. Ora, a sentire lei il mestiere di prostituta (prostituta di strada, poi, non una squillo d’alto bordo con clientela superselezionata, tariffe da capogiro e alberghi a cinque stelle) è stata una scelta fatta perché la sua amica Kit “ne diceva grandi cose” e perché con altri mestieri non ci faceva l’affitto. Ma lo sanno, lo sceneggiatore e il regista, che fare la prostituta non è come fare la barista o la cameriera, sia pure in uno strip club? Che non basta l’etichetta di commedia romantica per diluire e dimenticare quello che c’è dietro ad un mestiere simile? Non basta farle dire che “quando la gente ti butta giù a sufficienza, tu inizi a crederlo (di non essere nulla)”: per come si comporta nel film, come prostituta non riesce a essere credibile e dà una pessima visione della cosa.

Pare infatti che basti incontrare un milionario per lasciarsi alle spalle tutto quello che dovrebbe essere il doloroso passato…

In questo film Vivian a me ha dato una sola impressione: quella che basti sventolare una carta di credito, farci fare un giro in Rodeo Drive (e subire umiliazioni dalle commesse a questo punto sembra l’affronto più grave che Vivian subisce in tutto il film, finale a parte) e farci prendere un sacco di vestiti firmati per poter, sostanzialmente, comprarci. E la cosa, va da sé, non mi piace.

Donne con le palle

La caratterizzazione Donne con le palle ricorda moltissimo le donne Spacco il mondo, ma la differenza sostanziale è che qui le divine fanciulle non hanno bisogno di imbracciare un AK-47 e di andare a fare stragi.

In questi casi, infatti, vediamo personaggi che pur essendo femminili si comportano esattamente come si comporterebbe un uomo, salvo il colpo di scena (per così dire) nel quale il protagonista maschile riprende il controllo della situazione.

Non andiamo a scomodare esempi di virago come Il Diavolo veste Prada (anche perché Miranda Prestley, meravigliosamente dipinta nel libro e nel film, è ricalcata sulla vera figura di Anna Wintour, direttrice di Vogue America), ma un paio di esempi più semplici.

Il primo è tratto da Mr. & Mrs. Smith: Jane Smith è una killer a pagamento, esattamente come suo marito John Smith, ma nessuno sa della doppia vita dell’altro finché non capita un imprevisto e i due si trovano a combattere l’uno contro l’altra. Durante la lotta devastano la loro magione, finché non si trovano, occhi negli occhi, l’una con una pistola contro il cuore dell’altro e viceversa. Ed è qui che John prende in mano la situazione: sposta la pistola di Jane e pone fine alla guerra casalinga con un bacio mozzafiato. L’equilibrio è salvo.

Smith

Ecce homo
L’attimo in cui John Smith riprende il controllo su Jane Smith, in Mr. & Mrs. Smith: due occhioni dolci, la pistola scostata, e lei si squaglia.

È bastato farsi vedere cuccioloso e fare gli occhi dolci che lei (killer spietata in tutto il film, lo ricordo) si è sciolta come un Toblerone in spiaggia. In fondo, anche queste assassine rimangono, come la Ripley, donne: guardale con occhioni da cucciolo sotto la pioggia, esibisciti in un bacio appassionato, prodigati nelle coccole e vedrai che non ci saranno problemi.

Il secondo esempio è un po’ fuori asse, perché nel film Nei panni di una bionda troviamo un uomo che per punizione per i suoi comportamenti scorretti con le donne viene appunto trasformato in una di loro. Per la precisione, in una bionda che ovviamente si comporta come nei peggiori bar di Caracas: beve, fuma, si siede a gambe aperte, non sa andare sui tacchi (oddio, anche molte donne vere non ne sono capaci, ma lo fanno lo stesso…), risultando estremamente interessante per il protagonista maschile: in sostanza, gli uomini, a fare le donne, sono più bravi delle donne vere. Amen.

Anche questo, alla fine, è abbastanza inverosimile: potrà anche essere possibile che una ragazza segua la partita con il suo ragazzo e con il suo gruppo di amici, ma è improbabile che lei si esibisca in una gara di rutti con loro. Queste cose un uomo le fa con gli amici, non con una ragazza che gli piace e anche una ragazza cercherà di sedurlo con altri mezzi che non gli insulti rivolti all’arbitro del derby. Ciò non toglie che sia possibile che il rapporto da amici fraterni possa evolvere in quello di coppia passando anche per la gara di cui sopra, ma questo, in genere, non è una cosa molto comune, anche se fa lo stesso parte dell’immaginario maschile. Se un giovane si trovasse davvero nella situazione di incontrare una ragazza che beve come un cammello e smoccola come un marinaio ne sarebbe molto probabilmente spiazzato, piuttosto che sedotto.

Bellezze nascoste

D’accordo che tutte le bambine sono principesse. Va bene che ogni donna è bellissima, a modo suo. Comprendo l’essere bella dentro, che è più importante che essere bella fuori.

Ma da qui a dire che basta una passata di mascara e un vestitino carino a farti diventare una modella, diciamolo… ce ne passa.

Le donne normali lo sanno: se non hai un make-up artist e Jean Luis David in persona a portata di mano e quel giorno ti sei alzata con il colorito di una scolopendra (e lo stesso affabile umore) e i capelli a spinacio arrabbiato, non c’è mascara, rossetto o vestito che tenga: generalmente si rimane con il colorito appena migliorato da una cazzuolata o due di fondotinta e i capelli pettinati con una bomba a mano. Ma senza arrivare a questi casi estremi: diciamo che si è delle nerd un po’ bruttine, magari pure con gli occhiali. Diciamo che abbiamo incontrato il ragazzo che ci piace da morire e dietro al quale da qualche mese sbaviamo come lumache. In una scala da uno a dieci quante probabilità abbiamo di trasformarci in modelle e di sedurre il fanciullo?

Chi ha risposto 2? Noto un certo ottimismo, davvero! Non perderlo mai.

Un miracolo del genere è ciò che succede alla Giada (Cristiana Capotondi) di Come tu mi vuoi, una secchiona che pensa unicamente a studiare, che mette solo jeans e maglie rigorosamente non firmate e soprattutto scarpe basse. Molto basse. Incontra Riccardo, un fighetto dell’alta società romana e dopo i battibecchi di prammatica ecco che scatta la voglia di farsi più bella per una serata in discoteca dove c’è anche lui (che ovviamente da indifferente allo studio diventerà improvvisamente interessato). Occorre solo il tempo per qualche ritocchino e un paio di ripetizioni su “Come indossare le scarpe col tacco: tecniche e applicazioni con pratico DVD per le esercitazioni” e la nerd occhialuta diventa una bomba sexy che chiaramente fa perdere la testa a molti.

Scolopendra

Scolopendra
Nel caso ve lo chiedeste (giusto per sapere di che colore avete la faccia al mattino), le scolopendre sono un genere della classe dei Chilopodi, detti anche centopiedi. La foto è di Fritz Geller-Grimm ed è tratta da Wikipedia.

Di nuovo, ricadiamo nella fiera della banalità: una ragazza (magrissima ovviamente: una grassa o appena cicciotta non è degna di esistere se non come attira-sfottò) non può decidere di essere semplicemente una ragazza carina, non può decidere di essere solo una ragazza-in-jeans-e-maglietta, non può decidere che le discoteche la annoiano e che preferisce una birra al pub con gli amici, se miracolosamente dovesse averne. Non può, altrimenti passa per disadattata, per asociale, per strana.

Ma strana perché? Perché è obbligatorio che una ragazza sia una modella altrimenti non è nessuno? Qui purtroppo non è tutta colpa di uno sceneggiatore miope o di un regista che non ha capito il mondo femminile: qui lo hanno capito fin troppo bene. Riviste femminili, TV, Internet: ci sparano tutti i santi giorni tutto il giorno donne che non sono perfette: di più. Cyborg che hanno un seno di taglia 5 e un vestito di taglia 38. Grissine come Gwyneth Paltrow che con un sorrisone a trentadue denti, dall’alto della loro 36/38, rilasciano interviste dove sostengono di mangiare di tutto e, anzi, di essere molto golose.

Certo: lo immagino. A questo punto l’unica che abbia mai osato dire la verità è Anna Scott (Julia Roberts), personaggio di Notting Hill, che durante una cena dice testualmente: “Sono a dieta tutti i giorni da quando avevo 19 anni… il che vuol dire che ho fame da una decade.” Un applauso alla sua sincerità è d’obbligo.

Appurato questo, pensiamo ad un’altra cosa: un’attrice o una modella ha uno stuolo di make-up artist, di parrucchieri di grido, di stilisti che non vedono l’ora di vestirla e di mimetizzare i suoi difettucci fisici, esaltando i suoi innumerevoli pregi. Noi comune mortali dobbiamo accontentarci della trousse della profumeria di fiducia, di “Gisella, parrucchiera per signora” e dei negozi dove commesse magre e secche come uno Shangai, probabilmente nutrite a mezzo gambo di sedano e un cucchiaio di yogurt magro, ti guardano schifate se osi chiedere una 44. Se ci si vuole proprio sentire uno scarafaggio, basta provare a chiedere una 50.

E poi, dopo che noi donne normali combattiamo per entrare nei jeans dell’anno prima (“Col cavolo che vado a comprare una taglia in più! Piuttosto non respiro!”), andiamo al cinema e ci troviamo una Cristiana Capotondi che si spaccia per finta brutta che ha solo bisogno di fiducia e di un po di trucco; peccato che, per quanto truccata male e spettinata, rimanga sempre Cristiana Capotondi. I ragazzi di fianco a noi, già nervosi perché li abbiamo portati a vedere Vaporidis, non capiscono perché ci sia improvvisamente venuto un attacco di bile. Quando poi osano dire: “Ma dai, non era così brutta alla fine: bastava metterla lì un po’ bene…” e si trovano il cartone dei pop-corn in testa, hanno anche il coraggio di protestare…

Martiri

Non ci soffermeremo molto sulla categoria Martiri: donne martiri ce ne sono a iosa anche nella vita vera, di quelle che non vogliono vedere quanto il tipo con il quale stanno sia veramente un imbecille, di quelle che si sacrificano per il bene della famiglia, di quelle che preferiscono credere ai propri sentimenti che non a ciò che dicono sorelle e amiche.

Citiamo solo qualche esempio qui e lì.

La delicata Kimberly (Cameron Diaz) del Matrimonio del mio migliore amico, dopo tutto il pasticcio confessato da Jules (Julia Roberts) e dopo essersi comunque resa conto che il futuro marito darà più importanza al suo lavoro come giornalista che non a lei, lo sposa lo stesso. Ammirevole costanza, ma garanzia di irritazione prima, frustrazione poi e divorzio sicuro.

Noi donne vere non vogliamo che il lavoro o lo sport o qualunque altra cosa sia più importante di noi: o anche per noi il lavoro è l’unica ragione di vita (ma allora non credo avremmo trovato il tempo di sposarci) e quindi i nostri obbiettivi non andranno in conflitto con quelli del consorte almeno nel breve periodo, oppure semplicemente non possiamo accettare che ci sia qualcosa che per lui è infinitamente più importante di noi. Soprattutto se è così tanto più importante da non indurlo nemmeno a cercare un compromesso.

La situazione da happy end del film è questa: Kimberly seguirà docile docile il suo futuro sposo, che invece seguirà la propria carriera giornalistica come, dove e quanto crederà, senza porsi il problema della passione di Kim per l’architettura e per il lavoro di architetto che potrebbe e vorrebbe intraprendere dopo la laurea.

Il personaggio di Kim qui è irritante perché ricopre il cliché della “donna a casa”: quella cioè che segue il proprio uomo ovunque egli decida e che trasloca senza discutere quando lui accetta una nuova sede, magari senza nemmeno avergliene parlato prima. Lo sappiamo che questo tipo di donna sarebbe un sogno per una larga fetta della popolazione maschile, ma, hey!, siamo nel 2000: le donne hanno imparato a lavorare, a crearsi una carriera, a valere nella famiglia tanto quanto il marito, a prendere decisioni importanti insieme a lui.Perciò godetevi pure questi personaggi insipidi per il tempo di un film, se volete, ma sappiate poi tornare alla vita e alle donne della realtà, che non sempre sono fatte come dolci Kimberly odorose di zucchero a velo ma che sono tanto, tanto più vere.

La dolce Melania (Olivia DeHavilland) di Via col Vento è un altro esempio. Per tutto il film Rossella (Vivien Leigh) cerca invano di concupirle il marito eppure è Rossella che Melania difende dai pettegolezzi della cognata Lidia e delle altre befane. Rhett (Clark Gable) dice di lei che “Non riesce a vedere il male nelle persone a cui vuol bene”: a volte, cara Melania, si dovrebbe…

Melania

In Via col vento
Melania Hamilton-Wilkes è il prototipo di una Martire che sacrifica anche la vita per la famiglia. Non sempre a ragion veduta

All’inizio del paragrafo abbiamo detto che di queste donne è spesso pieno il mondo. Di donne come Melania lo è anche di più: di donne che preferiscono proteggere i propri affetti e la propria famiglia, che preferiscono non vedere, non sentire, non sapere per salvaguardare la propria tranquillità e il proprio equilibrio.

Melania nel film è un personaggio interessante, ma a volte un po’ piatto proprio per la sua caratterizzazione esasperata verso la bontà. Lei è quella che protegge Rossella dai pettegolezzi, che fa la generosa e nutre, lava e veste i soldati che tornano dalla guerra, che non può credere che una ragazza che lei ama come una sorella possa disprezzarla e ritenerla una “stupida pupattola che sa dire solo sì e no”.

È irritante questa sua pretesa di santità, questa sua aureola che non sembra mai starle troppo stretta: tutte noi, prima o poi, abbiamo avuto uno scatto d’ira, di frustrazione, di noia, di dolore… Melania, nel film, ha anche partorito: non ha emesso un fiato; non che partorire debba essere per forza sinonimo di sofferenza atroce, ma per quello che vediamo della cosa lei doveva avere solo un po’ di imbarazzo di stomaco…

Melania è sempre perfetta nella sua aura di bontà, di cristiana sopportazione del dolore (fisico e spirituale), di votazione alla beatificazione. Un personaggio che per quanto possa essere stato consono al film e alla storia, certamente c’entra poco o nulla con la stragrande maggioranza delle donne vere nel mondo.

Bond girl

Abbiamo lasciato per ultime i capolavori dell’arte cinematografica femminile. Le Bond girl riassumono infatti in meno di venticinque film tutti gli stereotipi preferiti da pubblico e sceneggiatori.

Il campionario va da moltissime Damigelle (che fra l’altro non vedono l’ora di finire a letto con 00Bond… Ma che ci volete fare? È così sexy!) ad altrettante Spacco il mondo più o meno ninfomani: basta vedere Xenia Onatopp (Famke Janssen) di Goldeneye o May Day (Grace Jones) di Bersaglio mobile; in genere, queste spaccatutto vengono rimesse al loro posto per mano di BondJamesBond.

Non mancano le Martiri (Vesper Lynd (Eva Green) di Casino Royale, ma non solo) e nemmeno le Bellezze Nascoste o le Donne con le palle; anche queste ultime vengono rivedute e corrette come dovuto: pensiamo a Elektra King (Sophie Marceau) in Il mondo non basta.

Ma alla fine potrebbe mai l’agente segreto più conosciuto sul pianeta farsi mancare qualcosa? Potrebbe, proprio lui, icona del tombeur de femmes, lasciarsi scappare uno stereotipo femminile? Oltretutto, lui stesso è un cliché molto amato dal maschio medio: se la donna respira ed è appena passabile, è garantito che passa dal suo letto. Lui può.

Probabilmente i film della saga di 007 sono il riassunto perfetto di tutti i modelli femminili che il cinema ci propone da sempre. Spesso lo sceneggiatore scrive con in mente non la storia o il personaggio ma quello che la platea vuole sentirsi dire: e allora via di donne rivedute e corrette per non spiazzare i maschi al cinema, già spiazzati dalle donne vere con le quali quotidianamente hanno a che fare, di storielle falsamente buoniste per tacitare le donne presenti in sala e allo stesso tempo solleticare le fantasie degli uomini che le accompagnano, di personaggi unidimensionali che possano assurgere a modelli ideali impossibili da emulare.

Bond

Al servizio di Sua Maestà
I film della saga di James Bond sono pieni di donne stereotipate, dalle reazioni e dalla personalità spesso piatta e non del tutto realistica. In realtà, anche 007 è uno stereotipo bello e buono.

Sono gli spettatori maschi a volere personaggi così improbabili nei film? Forse: è certamente più facile immedesimarsi nel protagonista se non lo si vede scavalcato da qualcuno che, per la nostra impostazione culturale, è ancora percepito come inferiore (le pari opportunità, il “siamo tutti uguali” sono ancora solo simpatiche frasi politiche vuote da elargire per far tacere le femministe in rivolta).

È infatti molto più facile apprezzare una bella attrice che non un’attrice cicciotta, anche se di talento ben maggiore. È molto più semplice non approfondire quello che c’è dietro le nostre crisi di nervi o le nostre recriminazioni, che non sempre (a dispetto di ciò che pensano molti uomini) sono dovute alla sindrome premestruale. Ma tanto, nei film, nessuna donna ha tale problema.

Ma allora, perché noi non ci ribelliamo? Perché guardiamo e anche apprezziamo i film che contengono cliché che non ci appartengono? Perché ci nutriamo per settimane con insalata scondita per dimagrire e ci mettiamo la maionese in testa come Julia Roberts in Scelta d’amore per rendere la chioma più morbida e lucente? E perché ci rimane comunque sempre quella sensazione di sbagliato, se siamo cicciotte, more e coi capelli dalle ciocche separatiste e ci dichiariamo comunque fiere di esserlo?

Perché?

Perché imporci di non essere così asservite al culto della “bella, alta e modella” è più difficile che scalare l’Everest con i bermuda e le infradito; bombardate da questi modelli, con nei negozi vestiti che stanno bene quasi solo ai manichini, è impossibile non sentirsi, almeno ogni tanto, inadeguate. E un po’ invidiose per la fortuna che ha la Capotondi nel suo film.

Perché ci hanno nutrite, fin da piccole, con le fiabe delle principesse salvate dal principe sul cavallo bianco: guardare un film dove per un pochino possiamo immedesimarci in una principessa come da piccole è un piccolo ritorno all’infanzia, a volte molto piacevole.

Perché guardare sullo schermo una donna-martire ti fa venire voglia di dirle: “Sorella, svegliati! La vita è una!” e poi magari anche noi riusciamo a seguire il nostro saggio consiglio.

Perché noi siamo in grado davvero di spaccare il mondo, se vogliamo. Ma perché togliere alla nostra dolce metà quella pia illusione, visto che è solo un film?

Perché io valgo…