L'autore

Claudio Romeo

Claudio Romeo, giornalista e divulgatore, scrive professionalmente libri e articoli di informatica dal 1994. Come tutti gli amori tardivi, quello per il cinema l’ha travolto.


Questo articolo è per:


Scheda del film

La ricerca della felicità (The Pursuit of Happyness)
USA, 2006

Collegamenti per approfondire:


La scheda per docenti e formatori

Scaricate la scheda in PDF da distribuire ai ragazzi.


TNA

Il blog TNAndo, di Claudio Poggi, è dedicato al wrestling. Claudio Poggi è uno dei collaboratori della rivista.


Stonehenge

Stonehenge
Enigma di pietra

Sconto_10


Ninja Turtles 2

Ninja Turtles 2

Sconto_10


Il mistero di Atlantide

Il mistero di Atlantide

Sconto:_10


JFK

JFK
Il sogno americano

Sconto_10


Stati Uniti

Stati Uniti

Sconto_10


Twin Towers

Twin Towers
Meraviglie perdute

Sconto_10


La Luna

La Luna
Come non l'avete mai vista

Sconto_10


Impara il football freestyle

Impara il football freestyle

Sconto_10


Uccidete Hitler

Uccidete Hitler
Il complotto

Sconto_10


Meditazione

Guida alla meditazione

Sconto_10


Merlino e i draghi

Merlino e i draghi

Sconto_10


L'osservazione del cielo

L'osservazione del cielo

Sconto_10


Pianeta Terra

Pianeta Terra
I cambiamenti climatici

Sconto_10


Pilates mattina e sera

Pilates
Mattina e sera

Sconto_10


Supernatural

Supernatural

Sconto_10


Singing English

Singing English
& Easy Peasy

Sconto_10


UFO - Sono tra noi?

UFO: sono tra noi?

Sconto_10


Addominali di base for Dummies

Addominali di base

Sconto_10


 

 

Scuola_formazione

Un sogno americano all’europea

Di film centrati sul povero eroe che, con fede e volontà, raggiunge il successo è piena la cinematografia americana. Anche La ricerca della felicità è un film del genere. Anzi: è molto diverso

I film americani che possono essere considerati una biografia, sia di una persona realmente esistita sia di un personaggio completamente inventato, si basano generalmente su due canovacci consolidati:

I film che, in un modo o nell’altro, si basano su questi due canovacci sono innumerevoli. In questo articolo desidero porre l’attenzione su uno abbastanza recente, perché presenta un paio di spunti originali. Si tratta di La ricerca della felicità, intepretato tra gli altri da Will Smith e diretto da Salvatore Muccino. È un film che segue in modo evidente la traccia di tutte le opere che parlano del sogno americano e della lotta dell’individuo per realizzarlo.

Il film racconta la storia di Chris Gardner, un nero che da squattrinato con un figlio a carico e un matrimonio in fumo riesce a diventare straordinariamente ricco. Ci riesce grazie alle sue doti personali, tra le quali spicca un’incrollabile forza di volontà. Il film si basa su una storia vera: Chris Gardner esiste realmente ed è in effetti decisamente benestante (almeno secondo i parametri americani: qui da noi sarebbe ricco sfondato).

Famiglia

Il sogno americano di Chris Gardner
Nel film La ricerca della felicità, Chris Gardner è interpretato da Will Smith. Il figlio Christopher Gardner Junior è interpretato da Jaden Smith, cioè il vero figlio di Will. La parte di Linda, moglie di Chris, è invece affidata a Thandie Newton. Il film è una riproposizione del sogno americano, visto con occhi e sensibilità europei.

La ricerca della felicità è un film americano: è americana la produzione, sono americani gli attori ed è americano il messaggio che il film trasmette: se ci metti costanza, impegno e volontà otterrai ciò che vuoi.

Non è invece americano il regista, che è il nostro Gabriele Muccino. Non è frequente che a un regista italiano venga affidato un film americano. Sembra che quest’eccezione sia dovuta al fatto che lo stesso Will Smith sia stato favorevolmente colpito dall’opera di Muccino nei suoi Ricordati di me e L’ultimo bacio. Fece così in modo di incontrarlo a Parigi, in occasione della promozione di Hitch, per discutere con lui del progetto. Secondo Muccino, l’inseguimento del sogno americano è un concetto che forse gli stranieri percepiscono più chiaramente degli stessi americani. L’approccio di Muccino al tema del film ha convinto Will Smith, che (essendo uno dei produttori) ne ha caldeggiato l’ingaggio.

A essere onesti, non sappiamo dire se il taglio particolare del film sia dovuto alla regia di Muccino o a Steven Conrad, che ne ha curato la sceneggiatura. Fatto sta che La ricerca della felicità è sì un film con una trama ritrita basata sul tema “se dai tutto te stesso arrivi dove vuoi”, ma ha una sensibilità inaspettata, di sapore europeo.

Il vero Chris Gardner

Uno su mille ce la fa

L’aspetto che colpisce di più è che manca totalmente il tono trionfalistico che di solito accompagna opere di questo tipo.

Certo, alla fine il protagonista gode, oltre che di milioni di dollari, anche dell’happy end, ma il clima che si respira in sala è ben diverso da quello di altri film simili. Anziché essere contaminato dalla grinta e dalla voglia di emergere del protagonista, lo spettatore esce dal cinema portando negli occhi e nel cuore le immagini di tutti coloro che non ce l’hanno fatta, di tutti coloro per i quali la felicità e il sogno americano sono state solo promesse non mantenute.

Durante la sua corsa al successo, Chris Gardner passa momenti veramente bui: abbandonato dalla moglie e con un figlio da accudire, con un lavoro difficile, con uno stage non pagato che gli richiede più energie di quante disponga, con la macchina sequestrata a causa delle multe non pagate e con una casa in cui non può più vivere perché non ha pagato le ultime rate dell’affitto, Chris si ritrova a condividere con il figlioletto i ricoveri per i senzatetto, anzi a lottare per essi.

Gabinetti

Nei bagni pubblici
Dopo aver perso la casa, Chris e suo figlio passano la prima notte chiudendosi nei gabinetti pubblici di una stazione. Questa scena rientra ancora nel filone delle difficoltà che il protagonista deve affrontare prima di raggiungere il successo.

Ma non sono le estreme ristrettezze la nota particolare del film. Il fatto è che anziché indugiare sulle difficoltà del protagonista, vengono più volte mostrate le file apparentemente infinite dei senzatetto che, a partire dalle cinque del pomeriggio, si mettono in coda per non perdere il diritto ad un ricovero per la notte.

Sono scene veramente drammatiche, che colpiscono con il vigore di un pugno inatteso.

E costituiscono uno dei punti di forza del film. Come detto, questi momenti bui non sono finalizzati solo a mostrare la tempra del protagonista, ma a far pienamente partecipe lo spettatore dell’altro volto del sogno americano: quello visto da coloro che non ce la fanno, quello che per mille persone rimane solo un bellissimo e irrealizzabile sogno.

Le code dei senzatetto, lo spirito di ineluttabilità del proprio destino che sembra pervadere ognuno di essi è proprio ciò che resta alla fine del film. E fa chiedere allo spettatore: come è possibile?

Come è possibile che la società più ricca del mondo sia anche la più misera? Come è possibile che il sogno americano si avveri per uno e per migliaia si trasformi nella disillusione americana?

Senzatetto

In fila per un ricovero

La scena che si svolge il giorno seguente è ancora più drammatica. Partendo dall’alto, si può vedere che la fila per ottenere un posto al ricovero si allunga quasi a raggiungere l’orizzonte.

Poi si gira l’angolo, ed è ancora fila.

Poi si sposta lo sguardo, ed è ancora fila. Chris e il figlio sono gli ultimi ad ottenere un letto.

Poi i posti sono finiti e tutta quella gente in coda deve girarsi ed andare altrove. “Basta. Non c’è più posto”.

Non è facile togliersi dagli occhi quest’umanità in cammino verso niente...

È una scena che non si dimentica, perché non è un’emergenza: è l’esperienza quotidiana di tutte quelle persone.

 

La grandezza della Ricerca della felicità sta proprio nell’essere riuscita a raccontare una storia di successo sulla falsariga della favola del sogno americano, lasciando però in eredità agli spettatori non i dollari sonanti ma le code dei senzatetto e i salti mortali per sbarcare il lunario.

Un regista che riesce a far vedere le miserie parlando di ricchezze è un grande regista. In effetti, Gabriele Muccino è riuscito a confezionare un prodotto apparentemente americano al 100% (il protagonista vede ripagati i suoi sforzi) ma in realtà molto più complesso e sfaccettato, quasi un’accusa feroce allo stesso sistema che sembra glorificare.

Quale felicità?

Il titolo originale del film (The Pursuit of Happyness) si basa su un gioco di parole che nella traduzione italiana viene irrimediabilmente perso.

Happyness è infatti una grafia errata di happiness, ma le due parole hanno in inglese lo stesso suono. La forma errata del titolo fa riferimento alla scena del film in cui Chris Gardner fa notare al custode dell’asilo presso il quale ha accompagnato il figlio che la scritta sul muro non è corretta e che sarebbe necessario modificarla.

Happyness

Una felicità sbagliata
Chris Gardner insiste in modo quasi maniacale affinché l’errore di scrittura venga corretto. In fin dei conti, si tratta della felicità… Può essere considerata solo come una scena riempitiva, ma sarebbe francamente slegata da tutto il resto della trama e, in fin dei conti, piuttosto inutile. Oppure si potrebbe utilizzarla come traccia per seguire correttamente lo spirito del film, magari notando anche che un’altra mano ha chiaramente scritto che cosa pensa di quella felicità…

Questa piccola scena di disputa lessicale può tuttavia essere interpretata ad un livello più alto. Sembra infatti che il film stesso chieda di quale felicità si stia parlando e quale sia quella autentica.

Quell’happyness scritto sul muro assume la valenza di un segnale di pericolo, per mettere in guardia la gente circa il fatto che c’è in giro una felicità fasulla, un obiettivo dorato che sembra una cosa buona ma che non è felicità.

Ognuno può dare la propria risposta riguardo alla natura di questa felicità fasulla: può essere lo stesso sogno americano, la corsa al successo, i soldi; ma può anche trattarsi di una vita fatta solo di rispettabilità sociale, dell’adeguamento indiscriminato alle convenzioni, del ripiegamento sulle piccole cose del tran tran quotidiano, di una spiritualità che nasconde solo la superstizione o, peggio, la disconnessione dalla realtà.

Il film non approfondisce questo discorso, ma fa solo una provocazione: ogni spettatore è libero di assegnare il vero nome della felicità fasulla. Tuttavia è significativo che la scena della disputa sulla felicità sia proprio all’inizio del film: è come se allo spettatore venisse consegnata una chiave di lettura della storia. Una chiave che è un avvertimento: si tratta di una storia di un sogno raggiunto, ma la felicità è davvero l’ultima cosa che si vede nel film?

È bene ricordare che il film si chiude con le parole “milioni di dollari”.

Capitan America

Un altro segnale che il film offre allo spettatore per metterlo in guardia contro l’accoglienza acritica del sogno americano è la scena in cui Chris Gardner e il figlio devono correre per prendere l’autobus prima che esso riparta.

A causa dello strattone ricevuto dal padre per correre alla fermata, Christopher Junior perde per strada il suo pupazzetto preferito. Essendosene accorto, vorrebbe tornare indietro e riprenderselo, ma il padre non glielo permette: per loro riuscire a salire su quell’autobus è troppo importante.

Pupazzetto

Il super soldato è caduto
Per riuscire a prendere l’autobus che porti lui e suo padre al ricovero per i senzatetto, Christopher Junior deve rinunciare a Capitan America. Non può far altro che guardarlo dal finestrino, mentre si allontana.

In sé, l’episodio è poco significativo. Acquista rilevanza se ci si ferma a considerare che il pupazzetto che Christopher ama tanto raffigura Capitan America.

Capitan America non è solo uno dei tanti supereroi della Marvel (al pari dell’Uomo Ragno, dei Fantastici Quattro, di Devil e via dicendo). È il supereroe che personifica l’America stessa. A differenza di Superman (che in fin dei conti è un alieno), è lo spirito stesso del patriottismo americano; nasce infatti durante la seconda guerra mondiale: Steve Rogers è un ragazzo macilento che, indignato per ciò che i nazifascisti stanno combinando nel mondo, vuole dare il suo contributo alla causa della libertà e cerca quindi di arruolarsi. A causa delle sue deficienze fisiche, viene però riformato. Il giovane Steve non si arrende: venuto a sapere che l’esercito cerca volontari per missioni speciali, si candida senza pensarci due volte e viene preso. La missione speciale consiste in realtà nel fare da cavia per il siero del super soldato, una sorta di pozione che trasforma anche le persone più gracili in atleti fortissimi. Steve fa appena in tempo ad assumere il siero che le spie dell’Asse irrompono nel laboratorio, uccidendo i ricercatori e distruggendo le riserve di siero. L’ex mozzarellina Steve Rogers resta così l’unica persona su cui il siero ha avuto effetto. Con un fisico da culturista anabolizzato e la sua personale determinazione a combattere il male e ogni avversario della democrazia, Steve Rogers assume l’identità di Capitan America. Non è un caso che il suo costume ed il suo scudo richiamino esplicitamente i colori e i simboli della bandiera americana: Capitan America è il sogno americano.

Capitan

Lo spirito incarnato
Capitan America non è solo un personaggio dei fumetti. È l’incarnazione dello spirito americano, della libertà, della democrazia. Lui serve e protegge la bandiera perché lui è la bandiera. L’immagine è tratta da Marvel Database e il suo uso si qualifica come fair use.

Sapendo tutto questo, che cosa deve pensare uno spettatore davanti alla necessità di un bambino di abbandonare il sogno americano perché la ricerca della felicità abbia successo?

Un’America con due anime

È come se nel film ci fosse un cortocircuito di valori: per perseguire la felicità (diritto individuale garantito addirittura dalla Costituzione americana) è necessario abbandonare il sogno americano con tutti i suoi valori.

Pare che sia un’America contro un’altra America. E in effetti forse è proprio così. Un’America opulenta, che si basa sul concetto che recita: “se si vende, è buono”. Ma anche un’America che non nasconde (almeno, non per sempre) le proprie vergogne e che è capace di indignarsi.

Barzelletta

Aiutati, ché il ciel ti aiuta
La ricerca della felicità non manca di castigare chi vorrebbe la pappa pronta. E il castigo arriva sotto forma di barzelletta. Nel filmato (oltre alla barzelletta) vi è una carrellata delle immagini più evocative..

Forse è proprio questo, in conclusione, il vero messaggio del film. Che occorre cioè saper rinunciare ai paraocchi dei propri ideali per essere in grado di valutare gli ideali stessi in modo equilibrato. Allora forse si riuscirà nuovamente a farli propri, ma con la coscienza che non sono gratis e che bisogna pagarne il prezzo. E, soprattutto, che a volte il prezzo è troppo alto.

Nel cast c'è anche Homer Simpson