Una vita dietro al pallone
Si dice che lo sport prepara alla vita: è vero. Ma è anche vero che i film sugli sport possono aiutare a comprendere meglio la vita. Per esempio, due film che parlano di calcio...
Di film ambientati nel mondo del calcio ne esistono tantissimi, sia italiani sia stranieri.
Per dare un’idea del numero di pellicole che in qualche modo hanno a che fare con il mondo del pallone, è sufficiente segnalare che ricercando in IMDb i film che contengono il termine “soccer” (il vocabolo americano che indica il calcio) come parola chiave si ottengono ben 1790 risultati.
Ovviamente sto parlando di film che in qualche maniera hanno a che fare con il calcio, non che specificamente parlano di calcio. L’allenatore nel pallone, un film che è ormai diventato una pellicola di culto tra gli appassionati del genere, è per esempio catalogato in IMDb in modo che le parole chiave “sex comedy” e “Italian sex comedy” siano più rilevanti rispetto a “soccer” e “soccer player”. Personalmente, se dovessi definire L’allenatore nel pallone lo definirei come un film sul calcio, ma è la passione che mi dà alla testa: cinematograficamente, ha ragione IMDb; però qualcuno dovrebbe spiegarmi dove trova il contenuto sexy di questo film.
L’ambientazione calcistica è comunque una buona opportunità per toccare temi che hanno un valore molto più profondo degli argomenti strettamente pallonari. In alcuni casi succede perfino che il film venga immediatamente associato all’argomento “calcio”, ma che sia in realtà una pellicola che tratta di tutt’altro. Si ottiene in questo modo un doppio effetto: rendere memorabile il film grazie a un aggancio prestigioso come il calcio e veicolare invece temi e argomenti di maggior spessore.
Due film di questo tipo mi sono particolarmente cari: Febbre a 90° e Sognando Beckham. Il primo (il cui titolo originale è Fever Pitch) è diventato anch’esso un cult, così com’è diventato un cult in Inghilterra il libro omonimo da cui è tratto, scritto da Nick Hornby.

Due insegnanti diversi
Sarah è rigida e formale. A Paul, che in classe lascia che i ragazzi si divertano un po’, fa presente che “Chiunque si diverte in una baraonda. I nsegnare qualcosa ai ragazzi forse è più difficile”. Non le si può dar torto, ma Paul risulta un insegnante migliore.
Il secondo (Bend It Like Beckham) è molto di più di quanto annunciato dallo strillo sulla copertina del DVD, che la definisce semplicemente “commedia campione d’incassi e di risate”.

Calcio al femminile
Jess è la protagonista di Sognando Beckham. Il titolo originale (Bend It Like Beckham) può essere liberamente tradotto con Alla Del Piero e chiarisce che l’eroe non è Beckham in quanto tale, ma il desiderio di Jess di riuscire a calciare in modo perfetto.
Curiosamente, entrambi i film sono inglesi; Febbre a 90° è del 1997, Sognando Beckham del 2002.
Quando la squadra è una ragione di vita
La trama di Febbre a 90° si basa sull’evoluzione del rapporto tra Paul Ashworth e Sarah Hughes, due insegnanti in una superiore britannica. Tanto lui è informale, alla mano e adorato da studenti e genitori, altrettanto lei è rigida, pomposa e detestata. Trattandosi di una commedia, non poteva che nascere un grande amore.
Il problema nasce dal fatto che Paul ha una sorta di doppia vita: insegnante irreprensibile da una parte, tifoso sfegatato dell’Arsenal dall’altra. L’espressione “tifoso sfegatato” non rende giustizia a ciò che Paul prova nei confronti della squadra del cuore: va a vederla giocare ogni sabato, sia in casa sia in trasferta, e organizza la sua vita in funzione degli impegni calcistici. Peggio ancora, lui “pensa Arsenal”.

Uomo della curva
Paul, insegnante di lettere, ha una seconda identità (di cui peraltro non fa mistero) come tifoso dell’Arsenal. Riguardo alla sua mania, dice: “Perché un adulto non dovrebbe andare pazzo per qualcosa? No: devi metterti un secchio in testa. [...] Il sabato è l’unico giorno in cui non sono un adulto responsabile”.
Sarah ovviamente non riesce né ad accettare né a comprendere ciò che lei vede come una consegna totale della propria vita a una squadra di calcio. Non si spiega come mai Paul, che dopotutto è un insegnante di lettere e non è un cretino, si possa ridurre a star male se l’Arsenal perde una partita.
La spiegazione di questo mistero è forse la parte più interessante e commovente del film, che fa da sottotrama a tutta la vicenda amorosa tra i due.
Paul e la sorella sono figli di genitori divorziati; vivono con la madre e vedono il padre durante il fine settimana. L’ambiente domestico e i rapporti tra loro non sono sereni; seppur vi sia una formale cortesia, nessuno parla veramente con nessuno. Quando i ragazzi sono con il padre, questi cerca di intavolare una discussione, ma le domande sono sempre banali e le risposte che ottiene sono semplici monosillabi.
Le cose cambiano improvvisamente quando il padre propone a Paul, ancora preadolescente, di andare a vedere insieme una partita. Paul subisce la cosa, non essendo un appassionato di calcio, e non manifesta alcun entusiasmo.
Ma ecco che scatta la scintilla. È immortalata da una scena mitica, quella in cui Paul si reca per la prima volta allo stadio, in compagnia del padre. Il regista David Evans è riuscito a rendere benissimo dapprima lo sconcerto del ragazzino nel trovarsi in mezzo alla folla, pressato e spintonato da campioni di varia umanità, poi il suo lasciarsi andare a questo nuovo ambiente, poi il suo aprirsi alle persone seguendone i discorsi sportivi e partecipando ad essi. Ma quello che è veramente me-ra-vi-glio-so è la scena dell’avvicinamento alle gradinate: finalmente la salita ha termine, occorre solo varcare l’ultimo portone per accedere alle gradinate dello stadio e, varcato questo... eccolo! Il campo. Gli spalti. I cori. I colori. È uno spettacolo ammaliante, un’emozione indicibile.

Un’esperienza travolgente
In alto, Paul mentre si reca a vedere la sua prima partita di calcio; l’espressione è eloquente: Paul non sprizza certo gioia da tutti i pori. Qui sopra, al termine della partita, le cose sono completamente cambiate. Paul è entusiasta e non vede l’ora di tornare con il padre a vedere un’altra partita.
Paul ne è conquistato. Qualcosa in lui è cambiato per sempre.
Non è solo letteratura: il libro di Nick Hornby è autobiografico. Ma quest’esperienza, ugualeprecisaidentica, l’ho vissuta anch’io la prima volta che sono andato a sansiro (per me, lo stadio di Milano non è Giuseppe Meazza, né San Siro: è sansiro, con quelle due esse che sono valide solo se pronunciate a denti stretti per l’eccitazione del gol) a vedere un incontro di calcio. E ricordo ancora lo sconcerto per la folla immensa che riempiva il piazzale e che lottava per i panini ai chioschi, ricordo la salita interminabile lungo le rampe che conducevano al secondo anello (il terzo non esisteva ancora) e infine, varcato l’ultimo accesso, il campo, gli spalti, la gente e i cori. Un’emozione che non si dimentica.
È proprio questa emozione, insieme con quella derivante dall’andamento della partita, a trasformare il giovane Paul da ragazzino musone e ingobbito in un adolescente entusiasta, attivo e intraprendente.
All’apparenza anche il rapporto con il padre ne guadagna, perché ora hanno finalmente un terreno su cui incontrarsi. Ma non è del padre che a Paul importa: il suo unico pensiero è l’Arsenal.
Questo interesse, come dicevo, ha anche effetti positivi: Paul scopre il buonumore, ha ora un’attività di cui gli importa davvero, diventa intraprendente ed autonomo. Pur di vedere le partite anche quando il padre non può accompagnarlo, dimostra alla madre che ha studiato a puntino gli orari e i costi dei mezzi pubblici che lo portano allo stadio, ottenendo in cambio il permesso di recarsi allo stadio da solo.

Faccio da solo
Crescendo, e di fronte al fatto che il padre non può accompagnarlo sempre alla partita, Paul studia il percorso e gli orari dei mezzi pubblici e ottiene dalla madre il permesso di andare da solo. In Paul incomincia così un cammino di autonomia che fino a quel momento era bloccato.
Con il tempo, l’entusiasmo di un pomeriggio si trasforma nel senso della vita. Con una frase, Paul sintetizza benissimo sia la sua solitudine familiare sia il motivo per cui la passione per l’Arsenal è cresciuta così tanto in lui: “Non è facile diventare un tifoso di calcio. Ci vogliono anni. Ma, se ti applichi ore e ore, entri a far parte di una nuova famiglia. Solo che in questa famiglia tutti si preoccupano delle stesse persone e sperano le stesse cose”.

Cresce la passione per la squadra
La partita non è più solo un appuntamento sportivo. Diventa una ragione di vita, fatta di sciarpe, di magliette e di album di figurine. Dice Paul: “Quando non hai nient’altro, l’Arsenal ti riempie tutti i vuoti”.
Nel suo sentire, Paul non tifa Arsenal: lui è l’Arsenal. Paul sente davvero che sta facendo qualcosa di importante per la squadra, che è un elemento fondamentale della società calcistica, non solo uno spettatore. La vittoria è anche sua, “Perché sei stato decisivo come e quanto i giocatori”.
Un sistema di valori fondato su valori così futili agli occhi di Sarah non sarebbe mai potuto essere accettato da una persona tutta responsabilità e controllo di sé. Sarah infatti tenta dapprima di accettarlo o, per lo meno, di sopportarlo; ma, quando il rapporto con Poul diviene più forte e le necessità della vita si fanno più stringenti, si accorge che loro due non riescono a trovare un sistema per vivere insieme condividendo le stesse cose.

In fondo, una commedia romantica
L’attrazione tra Paul e Sarah è subitanea, tant’è vero che se ne accorgono subito i rispettivi amici, nonostante entrambi definiscano l’altro veramente insopportabile. A dispetto del legame che subito si stabilisce, le cose non vanno sempre bene tra Paul e Sarah. Lui non si sente capito (anzi, peggio: giudicato) nella cosa che ha più cara al mondo, lei si sente in balia delle bizze di un bambino. Quando scopre di essere incinta, dice infatti: “Mi sembra di essere stata messa incinta da un dodicenne”. Il cammino che porterà lei a comprendere Paul e lui a scrollarsi di dosso la necessità di un’appartenenza posticcia sarà lungo. Una cosa bella del film è che ci risparmia le scene drammatiche tra innamorati rancorosi. Siamo grati al regista per aver scelto di farci vedere che è possibile litigare anche semplicemente parlando.
Sarah vorrebbe riuscire a parlare con Paul senza che ogni discorso fosse filtrato dall’Arsenal: “Se non ti fregasse niente dell’Arsenal, mi dici che ti resterebbe?”, gli chiede a un certo punto, stanca di cercare di parlare di argomenti normali e di andare a sbattere contro un muro fatto di probabilità di vittoria.

Quando le cose non vanno
“Dopo un po’ non riesci a capire se la vita è una merda perché l’Arsenal fa schifo o viceversa.”
Il succo del film è tutto qui: nel tentativo di Paul e di Sarah di trovare un luogo in cui le loro vite possano incontrarsi.
Paradossalmente, ciò avviene proprio all’ultima giornata di campionato, quando si avvera il sogno che Paul attende ormai da diciotto lunghissimi anni (e gli interisti sanno che si prova): l’Arsenal vince il campionato con un gol nei minuti di recupero.
Nel tripudio di Highbury, la zona di Londra culla della squadra, Sarah perde un po’ della sua flemma e si lascia andare ai festeggiamenti e a quel contatto umano che aveva sempre evitato. Paul comprende che una vittoria calcistica è fonte di gioia, ma che non è tutta la vita; ci sono cose che magari fanno gioire di meno, che sono fonte anche di noia o di tensione, ma che ti scaldano nel profondo e non solo in superficie.

Durante i festeggiamenti
Sarah si scioglie e Paul cresce. Dirà infatti: “Il mio rapporto con l’Arsenal è cambiato, quella sera. [...] In quel momento, in qualche modo, mi sono sentito staccato dalla squadra. [...] Oh, sì, continuo ad amarla, [...] ma i miei successi e i miei fallimenti non sono necessariamente legati ai suoi. E questa è una buona cosa”. Ora è uomo libero.
Fortificati da queste consapevolezze, Paul e Sarah si ritrovano nella folla. E scoprono che finalmente si trovano all’interno di quel terreno comune che fino ad allora avevano cercato inutilmente.
Tre trame
Il film è una commedia che viaggia sui binari classici della commedia: lui, lei, le difficoltà e il lieto fine.
Ma non è banale. Pur non essendo un capolavoro della cinematografia mondiale, Febbre a 90° ha una tensione e un’ispirazione che lo pongono su un gradino più alto rispetto ad altri film simili. Tanto per dire, il rifacimento americano del film, uscito nel 2005 con il titolo L’amore in gioco (ma il titolo originale è sempre Fever Pitch), è solo una pallida copia dell’originale inglese: tecnicamente perfetto, ma senz’anima.
Al successo del film contribuisce il fatto che è composto da tre trame che si intrecciano e si sovrappongono.
La prima è la storia d’amore pura e semplice, quella che nonostante sappiamo tutti che andrà a finire bene ci fa stare in pensiero per la sorte dei protagonisti.
La seconda è lo sviluppo della passione di Paul per l’Arsenal. Qui il gioco dei numerosi flashback è estremamente efficace. Ci conduce alla scoperta dell’animo di Paul, fino a permetterci (e con noi, anche Sarah) di percepire Paul così come lui si percepisce.
La terza è la storia della conquista del campionato inglese da parte dell’Arsenal, dopo diciotto anni. Chi segue il calcio non riesce a rimanere insensibile a ciò che vede, anche perché il regista ha usato vere immagini di repertorio delle partite. Rivedere i volti di alcuni campioni inglesi del passato e risentirne i nomi è un piacere in più.

Panem et circenses
Una delle note caratterizzanti del film è l’uso di vere immagini di repertorio, sia quelle della vittoria dell’Arsenal nel campionato 1988-89 sia quelle dei campionati di circa venti anni prima. Paul afferma: “Gli antropologi hanno sempre avuto qualche difficoltà con il calcio. Il problema è che uno vede soltanto quello che sta fuori; ma c’è anche un dentro, che ci si creda o no”.
Grazie a queste tre trame, ognuna delle quali attira ed appassiona, il film è godibile da tutti. Per chi fa formazione è un’ottima occasione per parlare di senso della vita partendo in modo leggero e divertente e per aiutare i ragazzi a parlare di sé nel caso che vivano situazioni simili a quelle dei protagonisti.
Cultura, tradizione e nuove generazioni
Nel film Sognando Beckham, la passione per il calcio non viene osteggiata dai pari, ma dai genitori. La protagonista del film è Jesminder Kaur Bhamra, detta Jess; è una ragazza di origini indiane molto brava a giocare a calcio e che per questo viene notata da Juliette Paxton, chiamata da tutti Jules.

Un’eroina di tutti i giorni
Jess è, a modo suo, una vera eroina. Alla fine ha il coraggio di parlare chiaramente ai suoi genitori: “Se non riesco a dirvi quello che voglio, non sarò mai felice nella vita”.
Jules gioca in una squadra regolare di calcio femminile e presenta Jess all’allenatore, che si convince delle qualità della ragazza e la mette in squadra.

Un mondo nuovo
Jules è per Jess un’autentica scoperta: emancipata e volitiva, fa scoprire a Jess un universo di cui non sospettava l’esistenza, compresa la possibilità di giocare a calcio in un campionanto femminile. Ma anche Jules deve lottare contro la chiusura mentale della propria madre…
Il problema è che la famiglia di Jess non accetta che la figlia passi il tempo a giocare a pallone, facendo vedere le gambe a una tribuna di uomini. Pur se ritmato sempre sulle corde dell’ironia, Sognando Beckham mostra un problema reale e potenzialmente molto grave, che ribalta il consueto problema dell’integrazione: nel film la squadra è ben contenta di accogliere Jess come attaccante, ma è la sua famiglia d’origine a non volere che essa adotti lo stile di vita inglese. Ciò che è bene per Jess è trovare un buon marito di origine indiana, obiettivo per il quale è necessario imparare a cucinare alla perfezione i cibi tradizionali della loro cultura.

È una cosa inconcepibile!
Il padre e la madre di Jess non sono cattivi. Ma la madre semplicemente non capisce come la figlia non metta al primo posto nella scala dei valori della sua vita il trovare un buon marito, ovviamente indiano. Il padre è invece una persona che ha provato a lottare contro i pregiudizi, ma si è ritirato sconfitto e ora non vule che sua figlia provi la stessa umiliazione, senza rendersi conto che adesso il pregiudizio è suo.
Ad aggiungere sapore al film ci pensa il fatto che anche Jules sta vivendo una situazione analoga. Né suo padre né sua madre le impediscono di frequentare la squadra, ma la madre non perde occasione di spingere la figlia a smettere di pensare a queste cose e a preoccuparsi invece di valorizzare i lati femminili del suo aspetto, in modo da trovare un fidanzato. L’atteggiamento della madre è talmente asfissiante, cieco e irriguardoso della figlia da arrivare a metterle le mani addosso per rialzarle vistosamente le tette nel mezzo del negozio di biancheria intima, in cui lei si prodigava di consigli per far scegliere alla figlia il reggiseno gonfiabile e scoraggiarla dall’acquistare quello da atleta.
Curiosamente, sia la madre di Jess sia qualla di Jules sono fermamente convinte che il bene della loro figlia sia il medesimo: trovare un buon partito. Radicate in questa convinzione, entrambe neppure sentono le figlie che cercano di spiegare quanto sia importante per loro la carriera agonistica: non è un problema di cui discutere, ma una sciocchezza bella e buona.

Una madre soffocante
La madre di Jules fa la parte dell’oca giuliva. Prima vorrebbe che sua figlia fosse talmente carina da attirare le attenzioni di un bel giovanotto, poi (equivocando su una situazione innocente) crede che il rapporto che lega Jules e Jess sia lesbico; ovviamente, è una tragedia. Il padre di Jules è l’unico che lascerebbe la figlia libera di seguire i suoi interessi, ma non è forte abbastanza per imporsi sulla moglie.
Questa è forse la cosa più riuscita del film: i genitori non sono dipinti come cattivi o ottusi (be’, la madre di Jules proprio un’aquila non è…), ma sono frenati da una cultura e da una tradizione che impedisce loro di accorgersi sia dei veri bisogni sia delle vere potenzialità delle loro figlie. Il fatto che il film mostri che anche noi occidentali possiamo essere colti da questo atteggiamento è senz’altro un merito: se la storia avesse parlato solo della famiglia di Jess o solo di quella di Jules si sarebbe potuto trattare di un problema riguardante solo una particolare cultura. Ma siccome la questione riguarda sia una indy (come viene sprezzatamante chiamata Jess da un’avversaria durante una partita) sia una trueborn Englishwoman, allora la cosa cambia: non è una questione etnica, ma riguarda tutti.
Il problema è che il troppo bene dei genitori può diventare soffocante. L’affetto può giungere fino al punto di impedire ai propri figli di sbagliare e di soffrire, dimenticando però che solo sbagliando e soffrendo i giovani si possono preparare a una vita da adulti autonomi.
Per carità: questi temi sono stati trattati dal cinema numerosissime volte e non è certo Sognando Beckham che scopre un nuovo filone. Tuttavia questo film ha molte caratteristiche che lo rendono adatto a un lavoro con i ragazzi: parla di calcio (argomento che comunque attira sempre), parla di ciò che provano le ragazze (sia quelle che vogliono giocare a pallone come i maschi sia quelle che vogliono solo farsi notare dai calciatori maschi), parla della determinazione a scegliere come impostare la propria vita, parla del coraggio di dire la verità.

L’importante sono i ragazzi
Non sono solo le madri di Jess e di Jules a ritenere che l’unica cosa importante per una donna sia il marito. Jess è circondata da ragazze che sembrano solo la versione aggiornata della madre: le amiche (in alto) guardano i ragazzi giocare a pallone solo per dirsi l’un l’altra quanto è fico questo e quanto e fico quello, mentre la sorella (qui sopra) incentra la sua esistenza sul matrimonio, finalmente prossimo. La figura della sorella è tutta un programma: è disposta a coprire Jess se tresca con un ragazzo all’insaputa dei genitori, ma non se gioca a calcio.
Nel film vi sono altri spunti. Joe, l’allenatore della squadra femminile, ha a sua volta un conto aperto con suo padre, che lo ha obbligato a giocare a calcio fin’oltre i suoi limiti fisici; infatti ci ha rimesso un ginocchio e interrotto così la carriera di calciatore. Il padre di Jess era uno dei migliori giocatori di cricket del mondo, ma una volta arrivato in Inghilterra ha smesso di giocare perché gli inglesi deridevano il suo turbante: ha rinunciato alla lotta e si è ritirato, accorgendosi di ciò solo quando Jess vuole proseguire la sua battaglia.





